Ogni giorno 20 tamponi nelle case «Noi, in prima linea contro il virus»

23 Marzo 2020

Ecco il racconto degli operatori che trasportano i pazienti positivi negli ospedali di Chieti e Vasto:  «Hanno paura perché sono stati a contatto con chi è morto per il Covid, noi cerchiamo di calmarli»

CHIETI. Le tute bianche e gialle li ingabbiano per ore. Al 118 di Chieti arrivano a fine giornata distrutti: gli occhi gonfi, il volto segnato dalle mascherine. Perché questo gruppo di infermieri, medici e autisti la guerra contro il coronavirus la combatte in trincea: deve essere disponibile sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, e non ci sono turni che tengano. Gli operatori dell’emergenza sanitaria trasportano in ospedale pazienti positivi al Covid-19 o casi sospetti sintomatici, ovvero con tosse, febbre e difficoltà respiratorie. Ma, dallo scorso 9 marzo, assicurano un altro servizio fondamentale: i tamponi a domicilio.
LE TELEFONATE. «Nei primi giorni dell’epidemia», racconta Adamo Mancinelli, nuovo direttore del 118 di Chieti, «un eccezionale lavoro di filtro è stato fatto dai medici che rispondono al numero verde attivato dalla Asl. La gente chiedeva soprattutto di essere rassicurata. Oppure telefonava in preda all’ansia». Ma, da giorni, l’emergenza è già entrata nella fase due. «In un primo momento avevamo dedicato un’ambulanza, attiva h24, per il coronavirus. Adesso tutti i mezzi sono attrezzati».
GLI INTERVENTI. Ogni giorno, in media, tredici casi acclarati o sospetti vengono portati negli ospedali di Chieti e di Vasto, punti di riferimento per il Covid. Un flusso notevole che ha spinto la Asl ad attivare 317 nuovi posti letto. Quanto ai tamponi, il personale del 118 – su indicazione del Servizio di epidemiologia e sanità pubblica (Siesp) e dei medici di famiglia – va direttamente nelle case dei pazienti. «Ne facciamo una ventina al giorno, domenica compresa», riassume Mancinelli.
GLI SCAFANDRI. Per questi interventi, in cui gli operatori indossano gli scafandri con la visiera di plastica trasparente, c'è un rituale delicatissimo da seguire. Una sequenza esatta di gesti che infermieri e medici hanno provato fino alla nausea, insieme ai colleghi, durante le esercitazioni. Perché, dopo aver trattato un paziente affetto da coronavirus, anche quei dispositivi di protezione sono potenzialmente infetti. La pelle degli operatori non può avere nessun tipo di contatto con le tute o si rischia la contaminazione. «Andiamo nelle case di persone spaventate perché sono venute a contatto con amici o familiari che, sempre più spesso, con il Covid sono morti. Noi cerchiamo di tranquillizzarle, ma non è facile». In centrale operativa il telefono non smette di squillare, ma quasi tutte le chiamate sono legate al Covid. D’altronde i cittadini hanno iniziato a recepire il messaggio di restare a casa: gli incidenti stradali sono di gran lunga diminuiti e pure le telefonate per questioni non inerenti al virus sono calate. «La gente ha capito il problema», conferma il direttore del 118. «Anche gli interventi per gli infarti sono scesi. Ma qui il discorso è più ampio e va al di là dei numeri. In passato, al minimo dolore al petto i pazienti o si recavano in ospedale oppure telefonavano al 118. Adesso, invece, le persone hanno paura di contrarre il Covid: se la situazione ai loro occhi non appare grave, tendono a non andare in pronto soccorso».
LE DONAZIONI. Nelle ultime settimane, c’è stata una corsa all’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale. «Per noi», precisa Mancinelli, «è stato fondamentale il sostegno dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri con il presidente Ezio Casale, Rocco Del Conte e Teo Carlesi. Si sono autofinanziati e hanno svuotato i loro studi per consegnarci quello di cui avevamo bisogno: mascherine, tute, visiere, camici».
LE LACRIME. Alla fine di giornate così intense, con una responsabilità enorme sulle spalle, con quale spirito si torna a casa? «Ognuno ha il suo carattere. Io cerco di non creare un clima di terrore. Evito di parlarne, almeno per qualche ora». Ma certe immagini ti restano dentro. Come quelle degli anziani che, in condizioni critiche, lasciano la casa dove hanno vissuto per una vita e vengono trasportati con l’ambulanza nei reparti di Malattie infettive o, nei casi più gravi, in Rianimazione. Figli e nipoti li salutano tra le lacrime: sanno che potrebbe essere anche l’ultima volta. Perché questo killer invisibile nega anche una bara su cui piangere.
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