Omicidio Daita, 13 anni a D’Onofrio

13 Febbraio 2018

Condannato il giovane che prese a pugni il 52enne. I giudici: reazione punitiva, non è stata legittima difesa

CHIETI. Non è stata legittima difesa. Si è trattato di un’aggressione in piena regola, con il pretesto di difendersi. L’hanno vista così i giudici popolari e togati della Corte d’assise presieduta da Geremia Spiniello che hanno condannato il 24enne Emanuele D’Onofrio a 13 anni di carcere per la morte del 52enne teatino Simone Daita. D’Onofrio è stato accusato di omicidio preterintenzionale, ciò significa che il giovane non voleva uccidere Daita, ma ne ha provocato la morte in conseguenza di un’azione violenta: i pugni (almeno due per l’accusa) o il singolo cazzotto (per la difesa) che il ragazzo ha tirato alla vittima. Essendo stato aggredito per primo da Daita, ha sostenuto la tesi della legittima difesa. Ma per la Corte, che pure ha riconosciuto l’attenuante della provocazione, non si è trattato di legittima difesa. È stata sì una reazione, ma «scomposta, esagerata, punitiva», ha detto il pm Giuseppe Falasca, che aveva chiesto una pena di 8 anni e 6 mesi.
L’aggressione. È un sabato notte come tanti quello del 28 febbraio del 2015. D’Onofrio, allora 22enne, è con amici a piazza Vico. Daita arriva ubriaco e attaccabrighe. Secondo le ricostruzioni, il 52enne infastidisce D’Onofrio. Poi, lo chiude spalle al muro e gli tira un pugno. «Ma è talmente ubriaco», sottolinea il pm, «che se ne va letteralmente dietro al pugno addosso a D’Onofrio». Il giovane a sua volta gli tira un pugno. Per il perito Cristian D’Ovidio, viste le fratture in viso in più punti, i pugni devono essere stati più di uno. Sta di fatto che Daita cade a terra e finisce in coma. Dopo un anno, il 15 marzo 2016, muore per una infezione.
La difesa. «Spinto contro il muro, bloccato, senza vie di fuga, cos’altro doveva fare?», ha chiesto l’avvocato di D’Onofrio, Roberto Di Loreto. Per sostenere la legittima difesa, il suo consulente Giorgio Murmura ha cercato di ribaltare la perizia di D’Ovidio, sia sul numero dei pugni sferrati sia sulla continuità clinica (il nesso tra i pugni subiti e la morte). Su queste basi la difesa ha proposto una ricostruzione alternativa: le rotture in volto di Daita sono dovute non solo al pugno di D’Onofrio ma anche al fatto che, nell’aggressione, Daita ha colpito lo stipite in marmo di un negozio.
L’imputato. «Era sabato, avevo finito di lavorare e non avevo alcuna intenzione di far del male a qualcuno. Ho avuto una reazione istintiva e spontanea quando mi sono sentito in pericolo. Non mi ritengo colpevole». Emanuele D’Onofrio, rosso in viso, con gli immancabili amici al seguito e la famiglia, ha voluto rilanciare questa dichiarazione alla Corte. Ha ascoltato in maniera composta come sempre tutta l’udienza. Solo mentre parlava il pm, in alcuni punti, ha scosso la testa in segno di contrarietà.
L’accusa. La tesi dell’accusa e della parte civile, rappresentata dagli avvocati Mauro Faiulli ed Enrico Raimondi, si basa sul fatto che Daita era certamente molesto e fastidioso, ma non pericoloso. «Corporatura esile, non poteva incutere timori soprattutto in un ragazzo che fa sport, vita sana e arti marziali», ha detto Raimondi. Se non incuteva timore, dunque, non si sentiva neanche il bisogno di difendersi da lui. Ecco perché, ha concluso Faiulli, «è stata un’aggressione pura e semplice, di inaudita forza e violenza». Le parti civili hanno chiesto un risarcimento di 1.670.000 euro. La cifra verrà quantificata in un separato giudizio.
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