«Ora riprenderemo a trapiantare cuori»

14 Dicembre 2015

Intervista al professor Di Giammarco. Il polo del cuore riparte, a gennaio i primi concorsi per assumere medici e infermieri

CHIETI. «Ci sono le prospettive per un ritorno al futuro, per citare un famoso film». Gabriele Di Giammarco, primario della Cardiochirurgia che oggi entra in funzione nella nuova palazzina, dopo una sofferta gestazione, 12 anni dal primo progetto, 22 collaudi e una inaugurazione ufficiale, e altri 8 mesi di attesa dal 27 aprile, è davvero contento. E ieri, domenica, era già nella nuova ala a organizzare gli ultimi particolari.

«Domani (oggi ndr) iniziamo con un by-pass aortocoronarico, contiamo di fare una operazione al giorno, per ora, poi passeremo a due interventi e quindi a pieno regime a tre. Attività a pieno regime cui potremo arrivare solo quando ci sarà un potenziamento dei cardiochirurghi e dell’equipe tecnico infermieristica».

Attualmente quanti cardiochirurghi siete?

«Sette, escluso me, di cui 3 primi operatori. Ne dovremmo essere a pieno organico 12».

Si prevedono nuove assunzioni quindi per “ritornare al futuro”?

«In base alle nuove normative europee sui carichi di lavoro, bisogna rivedere le modalità di preparazione degli orari di servizio. Il direttore generale Pasquale Flacco ci ha annunciato bandi di concorso per gennaio anche per potenziare quella parte dell’equipe, ossatura della cardiochirurgia, rappresentata da infermieri e tecnici: il perfusionista che si occupa della gestione dell’impianto cuore-polmoni, gli infermieri e i tecnici che si trovano nelle sale operatorie in quelle di terapia intensiva. Una promessa che sono certo verrà mantenuta».

Quanti posti letto ci sono attualmente nel nuovo polo?

«12 posti letto che non rappresentano una grande numero, – ce ne dovrebbero essere 20 a pieno regime – dei quali ne vengono utilizzati solo quattro perché in base ai nuovi standard è necessario che il paziente operato stia più tempo nella camera di compensazione non possiamo usare tutti e 12 i letti altrimenti ci sarebbe un blocco degli interventi».

Riprenderanno i trapianti?

«Si. E posso anche dire sono previsti incontri per riprendere l’attività di trapiantologia del cuore con gli specialisti dell’Istituto di cardiochirurgia di Padova, il più prestigioso d’Italia. Ma anche se il trapianto continua a vivere, a livello generale c’è un calo del 10-15 per cento, almeno negli ultimi anni perché non ci sono organi. Negli ultimi anni poi è aumentata l’età dei cuori disponibili per i quali sono necessari getti di chirurgia in più».

Cioè?

«Un cuore che ha più di 45 anni ha bisogno per esempio di una coronarografia. Ma il trapianto continua a vivere».

Professore, c’è chi dice soprattutto i cardiologi emodidamisti che il trapianto è l’ultima ratio che si può intervenire senza arrivare all’intervento chirurgico con ottimi risultati. Lei che ne pensa anche in virtù di una maggiore collaborazione con i cardiologi.

«Premesso che naturalmente sono d’accordo con la prevenzione ritengo a tutt’oggi che le moderne esperienze di sostituzione all’intervento chirurgico sono coronate da parziale successo. La chirurgia dà risultati non superati. A parte i criteri di selezione dei pazienti che non applichiamo perché noi operiamo tutti, il rischio di mortalità per quanto riguarda gli interventi di bypass aorto coronarico è inferiore al 2% contro il 2,5% nazionale e il 4% che è il livello di guardia, e che il rischio di mortalità sugli interventi valvolari si attesta intorno allo 0,5-0,6%, contro il 14 per cento di realtà a noi non molto lontane (dati Agenas), dunque non c’è paragone con la cardiologia interventistica che in questo momenti dà esiti di recidiva alti. La cardiologia interventistica che in questi anni si è sostituita alla cardiochirurgia non solo ha risultati fallimentari ma ha distolto giovani chirurghi verso altre strade.

Ma una collaborazione non è esclusa?

«Nel 1996 ho fatto sette viaggi a Bristol per apprendere metodiche ibride e ho fatto ogni sforzo per arrivare a una migliore combinazione tra la cardiochirurgia e la cardiologia interventistica, un accordo possibile con cardiologi illuminati che sanno orientare, quando è necessario, il paziente verso la chirurgia ordinaria.

É dunque contento di questa nuova allocazione?

«Si. L’ospedale diventa un luogo privilegiato, la casa del paziente dove al malato viene restituita la dignità. Per questo ringrazio il dg Flacco, l’assessore Silvio Paolucci, il presidente Luciano D’Alfonso e il rettore Carmine Di Ilio che hanno lavorato per ottenere tutto questo».