«Ospedale di comunità con sessanta posti letto»

L’assessore Paolucci risponde alle domande del Centro sul futuro del San Camillo «Presidio orientato ai ricoveri lunghi. Urgency room al posto del pronto soccorso»
ATESSA. Il San Camillo non chiuderà ma sarà trasformato in ospedale di comunità, centro di riabilitazione e assistenza alla fragilità e cronicità. L’assessore regionale alla Sanità, Silvio Paolucci, risponde a sette domande del Centro e fa chiarezza sul presidio atessano.
Assessore, quando chiuderà l’ospedale di Atessa? Il presidio di Atessa non sarà chiuso, non possiamo permettercelo. Continueremo a fare quello che già facciamo oggi. L’ospedale ha orientato la sua produzione prevalentemente verso i ricoveri medici. Nel 2013 8 posti letto su 10 erano occupati per ricoveri medici, che durano più di 10 giorni, invece dei 7 che caratterizzano i ricoveri per acuti. Oggi questi ricoveri sono quasi 10 su 10. Questi posti letto, inoltre, sono prevalentemente occupati da pazienti anziani con malattie croniche degenerative. Riorganizzare significa, prima di tutto, decidere cosa un ospedale non deve fare. La riconversione porta a un ospedale di comunità.
Di cosa si tratta? La vita di molti pazienti cronici degenerativi si caratterizza per periodi di estremo fabbisogno assistenziale. Periodi nei quali la famiglia da sola non regge, non è più sufficiente. In quei periodi di durata medio-lunga, purtroppo, serve un luogo che, con l’obiettivo di stabilizzare il paziente riacutizzato, possa dar sollievo alla famiglia e al paziente. Per me un ospedale di comunità deve fare questo. Resta ferma la parte diagnostica.
Paolucci, quanti posti letto avrà il San Camillo? L’ospedale di Atessa eroga tra le 15mila e le 16mila giornate di degenza l’anno. Rapportate a 365 giorni significa che, più o meno, si riempiono circa 50 posti letto. Io vorrei che vi se ne lasciassero almeno 60, per ora. Se avremo ragione, rischieremo di doverli aumentare per via di una domanda crescente. Se questo succederà significa che l’ospedale di Atessa tornerà ad avere un ruolo di forte rilievo nella rete di offerta regionale.
Pochi anni fa sono state costruite moderne sale operatorie, che fine faranno? Bisogna avere a cuore la sicurezza dei pazienti, non gli investimenti poco condivisibili fatti negli anni passati. Non riesco a ricostruire il ragionamento seguito da chi, dovendo chiudere posti letto per acuti, acquistava sale operatorie nuove. Per esse stiamo studiando una soluzione ragionevole. Detto questo, oggi i cittadini hanno scelto di operarsi altrove e molti medici giovani in cerca di esperienza non sono disponibili a venire a operare in un posto che, già nel 2013, garantiva meno di 10 interventi al mese a causa della concorrenza dei grandi ospedali.
Assessore, quale sarà il destino del pronto soccorso? Vogliamo sperimentare ad Atessa un’urgency room, strutture che nascono in America proprio come alternativa al Ps, proponendosi di offrire “alcune” tra le prestazioni sanitarie tipiche del Pronto soccorso, ma erogate in un tempo molto minore. Nell’ambito del nostro piano, questa struttura dovrebbe offrire assistenza e cure immediate a pazienti con problemi di carattere sanitario che non richiedono cure intensive e/o specialistiche, quali dolori addominali e al torace, febbre alta, difficoltà respiratorie, traumi e contusioni, tagli, emicranie, ossa rotte e disturbi durante la gravidanza. Mentre si studia questa ipotesi, certamente ci sarà un Punto di primo intervento h24 che nei fatti eroga le stesse prestazioni del Pronto soccorso attuale.
Senza questa riconversione quale sarebbe stato il futuro del San Camillo? Una progressiva reale chiusura e non solo per il quadro normativo nazionale profondamente mutato. Se guardo agli ultimi anni, vedo un progressivo svuotamento dell’ospedale dovuto anche alle scelte dei cittadini. La popolazione ha scelto sempre più di rivolgersi altrove.
Spiegherà queste cose ai cittadini di Atessa? Con piacere. Tuttavia spiace rilevare che l’ansia, comprensibile, del cambiamento nella sanità è spesso strumentalmente cavalcata da certa politica, alimentando timori e paure tra i cittadini, per l’assistenza e per l’indotto economico. Tutto ciò in particolare ad Atessa è avvenuto. Ciò ha asciugato lo spazio di un sereno confronto e soprattutto di una serena comunicazione ai cittadini e agli operatori. Ma la qualità della proposta troverà momenti di condivisione, ne sono certo.
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