Paglione: gli studenti sono come miei figli

Il mecenate teatino spiega il perché dell’ultima donazione all’ateneo: «Indicherà loro la strada»
CHIETI. «Non ho figli» dice Alfredo Paglione per spiegare il senso dell'ultima donazione fatta all'Università d'Annunzio, «e considero i giovani che potranno godere dei capolavori firmati da celebrati artisti, come miei figli. Tocca a loro segnare il futuro e spero che l'arte sia loro di fondamentale aiuto nell'indicare la strada giusta da percorrere». Si tratta, ricordo, di 436 opere della sua preziosa collezione privata (un valore stimato di oltre 4 milioni) che saranno destinate al Museo Universitario, nella sede che verrà allestita nell'ex Ospedale Militare, per farla diventare davvero la casa della cultura teatina. Nell'atto di donazione, firmato nei giorni scorsi davanti al notaio Tragnone, c'è un preciso impegno di cui l'ateneo, rappresentato dal Rettore Carmine Di Ilio e dal Direttore del museo Luigi Capasso, si è fatto pieno carico: sistemare la collezione entro 5 anni, in modo che possa essere usufruibile da tutti. L'ha chiesto ed ottenuto lo stesso Alfredo Paglione: «Perché tutti possano provare le stesse emozioni che solo l'arte sa offrire e che ho avuto la fortuna di godere nel corso della mia vita», sono le sue parole. «Diffondere la bellezza», il suo dichiarato scopo ed è anche il suo modo per ricordare e rendere omaggio alla memoria della sua compagna di vita, Teresita Olivares, con la quale ha raccolto negli anni tante opere, per costituire l'immenso patrimonio che ora sta destinando in gran parte all'Abruzzo e alla provincia teatina.
Nel momento della firma dell'atto con cui la d'Annunzio si è fatta carico della donazione, il rettore Carmine Di Ilio ha parlato di «un gesto d'amore verso la propria terra attraverso l'arte, considerato un modo è un mezzo per lo sviluppo delle generazioni future». Ed infatti Alfredo Paglione fa riferimento continuo ai giovani nel colloquio avuto con lui, «perché da quanto illustri artisti hanno creato possano arrivare a loro messaggi e insegnamenti capaci di rendere migliore il cammino della loro vita».
Nel comunicato stampa emesso al momento della ultima donazione dal Museo Universitario si legge che si che si tratta di un generoso atto che «suggella la sua attività di mecenate».
Ed è proprio la definizione di mecenate che viene generalmente coniata per Alfredo Paglione, ma è quella giusta per identificare il personaggio e il ruolo che ha avuto nel mondo culturale italiano? Certo, come Mecenate ha promosso e aiutato tantissimi artisti a trovare la strada per affermarsi, ma credo che la scelta che rende meglio la figura di Alfredo dovrebbe essere quella di paragonarlo a quei nobili rinascimentali che, ricorrendo all'arte, hanno arricchito le loro città, diffondendo il bello.«E il bello ci salverà», è una frase che ho più volte sentito affermare da Alfredo. Anche la motivazione della assegnazione della "Minerva" fatta dalla d'Annunzio fa capire che Paglione è qualcosa di diverso dal Mecenate, cioè dallo storico personaggio della antica Roma che aiutava e proteggeva gli artisti: Rileggiamola: «Per avere intuito, e fatto intuire ad altri, con peculiare e caratteristica discrezione, che la cultura è anzitutto una condizione dello spirito e per avere promosso», di conseguenza, «il dialogo e la collaborazione fra uomini e donne di diversa vocazione culturale - dalla letteratura all'arte - incoraggiando così la crescita del sapere e della bellezza».
Una missione che Alfredo Paglione, nato a Tornareccio, nel 1936, partito da Chieti dove ha compiuto gli studi, ha svolto nel corso della sua intensa vita nella sua famosissima "Galleria 32" a Milano frequentata da personaggi come Raffaele Carrieri, Carlo Levi, Dino Buzzati, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sciascia, Vittorio Sereni, Mario Luzi, Giancarlo Vigorelli, Giuseppe Ungaretti, Alfonso Gatto e Enzo Fabiani, che lo ha definito il «pastore che ha scalato i grattacieli».
Bellissima immagine, resa ancora più vera e apprezzabile dalla constatazione che il pastore non ha mai sofferto di vertigini salendo e soprattutto non ha mai dimenticato le sue origini e la sua gente.
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