Palatricalle, le ossa sono di animale Resta il mistero del medico sparito

CHIETI. Sono di animale le ossa scoperte lo scorso 12 marzo vicino al PalaTricalle, tra la vegetazione, da un tecnico di radiologia che stava facendo trekking. In un primo momento, era stata avanzata...
CHIETI. Sono di animale le ossa scoperte lo scorso 12 marzo vicino al PalaTricalle, tra la vegetazione, da un tecnico di radiologia che stava facendo trekking. In un primo momento, era stata avanzata l’ipotesi che i resti fossero umani. I successivi esami svolti al museo universitario dallo staff del medico legale Pietro Falco e dell’antropologo Luigi Capasso hanno però escluso che si tratti delle ossa di una persona. Nel giorno del ritrovamento, si era fatta strada la pista che portava a Romano Catellani, medico teatino sparito nel nulla il 10 luglio del 1995, dopo essere uscito dalla sua casa di via Sallustio, distante poco più di un chilometro dal punto in cui sono stati sequestrati i resti. Dopo 26 anni, dunque, il mistero rimane irrisolto.
Ma torniamo a due venerdì fa. Sono da poco passate le 13 quando scatta l’allarme. Un sessantenne, che sta trascorrendo qualche ora all’aria aperta, imbocca una stradina sterrata: il parcheggio del palasport, meta quotidiana dei runner di Chieti, è a pochi metri. A un certo punto, però, il cittadino – in una piccola scarpata – nota alcune ossa nascoste nell’erba: lavorando in ospedale, ha il sospetto che non si tratti dei resti scheletrizzati di qualche animale. Ecco perché parte la telefonata al 112. Sul posto arrivano il sostituto procuratore Giancarlo Ciani e i carabinieri. Gli investigatori scandagliano anche la zona circostante, ma non spunta altro materiale utile alle indagini. In base a un primo esame visivo, sono ossa di arti, bacino e vertebre, verosimibilmente umane. Ma gli studi antropologici ordinati dal pm portano a escludere l’ipotesi iniziale. Resta dunque aperto il giallo del medico Catellani. «Mio fratello lo hanno ucciso», ha raccontato qualche giorno fa il fratello Roberto, «le indagini dell’epoca aveva portato a questa conclusione. C’erano dei sospetti, ma mancavano le prove. È vero, sono passati tanti anni. Ma la mia voglia di giustizia è rimasta intatta: mi interessa arrivare alla verità. Io sono l’unico della famiglia ad essere rimasto in vita: non mi sono mai rassegnato all’idea di non avere certezze sulla fine di mio fratello». (g.let.)

