Palazzo da demolire, è allarme sicurezza

Le 27 famiglie sono andate via da due anni, a dicembre scorso firmata l’ordinanza di abbattimento ma l’edificio è ancora lì
CHIETI. A ottobre del 2017 nel palazzo non c’era rimasto già più nessuno. I 27 appartamenti disposti sui 9 piani del palazzo Trinchese, in via don Minzoni 5, erano già stati dichiarati a rischio dai controlli dei vigili del fuoco. Tanto che il sindaco Umberto Di Primio il 18 dicembre 2017 ha firmato l’ordinanza di sgombero. Dopo un anno, il 31 dicembre scorso, è arrivata invece l’ordinanza di demolizione. Ma da allora, a quasi due anni dallo sgombero e a oltre 7 mesi dall’ordine di demolire, nessuno si è più mosso. Andati via i condomini, il palazzo è rimasto lì, in tutta la sua pericolosità: 9 piani, 30 metri d’altezza e un fuori piombo di oltre 60 centimetri. E tutto intorno altri palazzi, anch’essi da monitorare, visto che il versante della collina dà segni di cedimento. Via don Minzoni si trova, infatti, a monte di un versante che rischia di scivolare a valle: più in basso c’è via Fontevecchia e il viadotto Gran Sasso, tutti sorvegliati speciali dal punto di vista della sicurezza. L’ordinanza del sindaco parla infatti di «abbattimento necessario e urgente predisposto ai fini della pubblica e privata incolumità a seguito di una relazione tecnica-valutazione della sicurezza e della vulnerabilità strutturale dell’edificio». A gennaio scorso alcuni inquilini e l’amministratore di condominio Claudio Carletta hanno incontrato il sindaco Di Primio e l’assessore ai lavori pubblici Raffaele Di Felice per parlare di una eventuale ricostruzione. Scartata l’ipotesi della ricostruzione nello stesso sito, a causa della frana che minaccia il versante collinare, non resta che individuare un altro sito nell’ipotesi di non fermarsi alla sola demolizione. D’altronde una ricostruzione permetterebbe ai condomini di ritrovarsi con qualcosa in mano, altrimenti sarebbero solo costretti a dover pagare i costi di demolizione. Che non sono pochi, aggirandosi sui 400mila euro. Ma la questione è al momento ferma: gli oltre 7 mesi sono passati nella individuazione della ditta che dovrà occuparsi della demolizione, la pescarese Madis, che però non ha ancora firmato il contratto, e nella individuazione di alcune figure tecniche, come l’architetto Giampiero Pascucci e il legale di fiducia Luciano De Palma (entrambi nominati ad aprile). Ufficialmente nessuno si è ancora mosso perché si sta attendendo una risposta dal Comune. L’assessore Di Felice conferma che è arrivata una lettera da parte del condominio e che gli uffici non hanno dato ancora risposta perché al momento sguarniti. «A settembre riprenderanno in mano la questione», assicura. Ma c’è anche chi pensa che non bisogna attendere il Comune per iniziare la pratica. E così sulla ricostruzione si apre lo scontro. Ai condomini è già stata richiesta la somma per la demolizione, ma non tutti hanno pagato. A chi non lo ha fatto è stata proposta la cessione dell’appartamento a un costo di 220 euro al metro quadrato, che è il costo di mercato per edifici sgomberati. Cedendo l’appartamento, e dunque anche il diritto a ricostruire, si azzerano i costi per la demolizione. Ma c’è anche un’altra proposta che prevede l’applicazione del Piano Casa con premi di cubatura fino al 65%: in questo caso i condomini sarebbero esonerati dalle spese di demolizione e ricostruzione, anticipati dalla ditta edile individuata, contro corresponsione di una permuta pari al 26% del demolito. I condomini si ritroverebbero in mano sia un appartamento che una cospicua somma. Ma l’amministratore di condominio non sembra interessato a questa proposta, preferendo guardare ad altri benefici, come quello del sisma-bonus, che però, ad ora, non si sa se si può applicare.
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