Palazzo Finamore è in abbandono

Sant’Eusanio. L’edificio settecentesco con un maxi giardino è chiuso da 10 anni
SANT’EUSANIO DEL SANGRO. Una palazzina settecentesca di tre piani e 27 stanze chiusa e abbandonata a se stessa da dieci anni insieme a un giardino enorme diventato una selva oscura, e l’impossibilità di accedervi perché la chiave è in possesso del vecchio giardiniere. È la casa “palaziata” dei Finamore, ramo cadetto dei Finamore di Gessopalena, la cui ultima erede è stata la nubile Elisabetta detta Tinuccia, scomparsa nel settembre 2010, che l’abitava con la sorella Anna e il fratello Francesco, “Ciccillo” per i compaesani, deceduti prima di lei.
Famiglia di antico lignaggio, i Finamore, che però avevano l’abitudine di non sposarsi come altri ceppi proprietari del tempo, destinati ad abbandonare proprietà, ricchezze, biblioteche, archivi personali e tante altre cose di notevole valore storico all’incuria del tempo, dei topi e degli approfittatori che non mancano mai. Il caso di questa palazzina, nel centro di Sant’Eusanio, in piazza Monteclo - un tempo contrada Sant’Antonio come precisa lo storico locale Pietro Verratti - è un cruccio profondo di uno studioso di Lanciano, Giacomo De Crecchio, autore anni fa di un volume rivelatore di dati inediti di tutta questa famiglia, intitolato appunto “I Finamore, storia intima di una famiglia di intellettuali abruzzesi tra XIX e XX secolo”, dove è presente un carteggio del più brillante dei Finamore, il filosofo e sacerdote Vincenzo, morto trentenne a Napoli per il colera, con il fratello Gennaro, medico e futuro demologo, e con il “signor padre venerato”, Errico, abitanti nell’enorme palazzo di piazza Vicenna, oggi piazza Roma, a Gessopalena, ferito dalla guerra e abbattuto negli anni settanta.
Il più giovane dei figli, Francesco, si recava periodicamente in calesse da Gessopalena a Lanciano e si fermava per ristoro nella taverna di casa Rosati a Sant’Eusanio, rinsaldando l’amicizia con Emilio De Virgiliis, morto prematuramente e di cui poi sposò la vedova, Anna Sciarretta. Pochi anni dopo, nel 1896, acquistò la palazzina di contrada Sant’Antonio, da Maria Cipollone, vedova di Giulio Raffaele di Taranta Peligna, i cui fratelli erano parlamentari del Regno. Francesco e Anna ebbero un figlio, Errico, laureato in agraria, sindaco e podestà per 23 anni, padre di sei figli, che fruttificò i possedimenti di famiglia e curò con passione il giardino all’italiana con siepi di bosso sistemati geometricamente intorno a una fontana, compresa la “cupola verde” creatrice di una nicchia d’ombra per l’estate. Tutto scomparso e annichilito. Si è creato anche un buco su uno dei cinque tetti chiusi a raggiera intorno al cortiletto interno.
Il sindaco Raffaele Verratti ricorda la lotta improba, tempo dopo la morte di Tinuccia, per accalappiare con operatori della Asl i 48 cani e decine di gatti che si erano prolificati dentro la casa e nel giardino, visibile da un’abitazione vicina appartenente al vecchio falegname Donato Vitelli, restauratore di mobili e infissi del palazzo. I cani, dice ancora Verratti, vennero sistemati nei canili a spese del Comune, che ancora paga per loro, oltre ad affrontare altre spese per disboscare una parte del giardino confinante con diverse proprietà.
I Finamore di Sant’Eusanio furono geniali e presenti nella comunità. Francesco ideò la ricostruzione della chiesa dell’Assunta, progettata dall’architetto lancianese Donato Villante, che prima era girata di lato rispetto al corso del paese. Del nipote Ciccillo si ricorda l’amore contrastato con una giovane del posto, di buona famiglia anche lei, e dei segnali struggenti che si facevano da una finestra all’altra. Storie e notizie che si conservano dentro il palazzo, chiuso da oltre dieci anni, del quale nessuno ha richiesto il possesso, e quindi, come suggerisce De Crecchio, il Comune potrebbe richiedere un’ «accessione invertita» per prenderne possesso e salvarlo da una sicura e ingloriosa fine.
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