Pardi, il vigile in pensione sventa un raid vandalico

VASTO. Hanno forzato una finestra nei locali dell'ex carcere di via Aimone, nel cuore del centro storico, con l'obiettivo di crearsi un varco. Forse avrebbero voluto mettere a segno un raid o, forse,...
CHIETI. Si commuove Carmine Rapani nell’ascoltare il giudice Andrea Di Berardino che lo assolve “perché il fatto non sussiste”. Affiancato dal suo difensore, l’avvocato Edgardo Ionata, il noto dentista di Chieti ha atteso tutta la giornata di lunedì (la sentenza è uscita intorno alle 19) per mettere la parola fine a un incubo durato tre anni. Sì, perché in questo modo l’hanno vissuta lui e la moglie, Carla Rubino, finiti al centro di un processo con l’accusa di aver violato una serie di leggi quando hanno iniziato a costruire la loro casa a Chieti Scalo nei pressi dell’ex Foro Boario. Le violazioni non riguardano la realizzazione dell’edificio ma il terreno su cui doveva essere realizzato lo stabile e altre due aree vicine.
Il problema è di smaltimento di terre e rocce da scavo, lo stesso che ha sollevato l’inchiesta “terre d’oro” della Direzione distrettuale dell’Aquila, che vede la coppia teatina indagata per il medesimo reato. Ma il processo che si è concluso lunedì è partito prima di “Terre d’oro”. E ora ne diventa un precedente favorevole alla difesa. Il capo d’imputazione, relativo allo smaltimento della terra di risulta che sarebbe stato fatto in maniera illecita, perché sprovvisto delle necessarie autorizzazioni, è lo stesso. La vicenda è iniziata oltre tre anni fa, quando la coppia ha deciso di costruire la propria abitazione.
Gli uomini della Forestale, nel corso di un accertamento, notano qualcosa di strano e riferiscono in Procura. Parte l’indagine e sono diversi i capi di imputazione: il primo riguarda l’esecuzione di lavori di deposito e livellamento terra in assenza del permesso a costruire. La materia è molto tecnica e la difesa ricorre all’aiuto di tre consulenti, Fabio Colantonio, Fabio Ferri e Gianni Di Prinzio, che con acume riescono a sbrogliare l’intricata matassa.
Viene dimostrato così che, per l’area dove si stava edificando la casa, il permesso a costruire c’era, che la terra depositata nell’area a fianco proveniva dallo sbancamento necessario per costruire l’edificio e che per quanto riguarda la zona a valle non c’era bisogno di un permesso a costruire ma solo di una Scia (segnalazione certificata di inizio attività) regolarmente depositata. Accertate queste circostanze, il giudice ha assolto tutti, compreso Emanuele Colanzi, titolare della ditta che ha trasportato il terreno, e il geometra Gabriele Coletti, entrambi difesi da Marco Femminella. (a.i.)

