Paziente morta, condannato un medico

Il dottore del pronto soccorso dovrà pagare 32mila euro alla Asl, che ha già risarcito la famiglia della donna deceduta
CHIETI. «Elementi evidenti e univoci depongono nel senso della colpevolezza del medico, al quale deve essere imputato un atteggiamento di grave superficialità». Ecco perché la Corte dei conti ha condannato un medico della Asl Lanciano Vasto Chieti, ritenendolo responsabile della morte di una paziente di 62 anni. Il noto professionista dovrà pagare 32mila euro all’azienda sanitaria, che aveva già risarcito la famiglia della donna deceduta.
La sentenza (presidente Tommaso Miele, consigliere relatore Federico Pepe, consigliere Gerardo de Marco) è stata depositata solo da qualche settimana, ma i fatti risalgono a 8 anni fa. La paziente arrivò al pronto soccorso dell’ospedale di Atessa nella notte del 30 ottobre del 2011 perché avvertiva un dolore fortissimo «in regione gastrica associato a vomito alimentare. Il medico di guardia», scrivono i giudici riportando il parere della commissione medico legale, «effettuò chiaramente un’erronea lettura del tracciato elettrocardiografico, omettendo completamente di formulare la giusta diagnosi di infarto del miocardio in atto e determinando un inescusabile e irreparabile ritardo nell’approntamento delle adeguate terapie».
E ancora: «Il decesso della paziente risulta causalmente correlabile alla mancata diagnosi di infarto miocardio acuto al momento dell’ingresso in pronto soccorso. L’omessa diagnosi, la mancata sorveglianza della donna mentre si trovava in Osservazione breve e i mancati trattamenti terapeutici sono da imputare alla negligente condotta del medico di turno». Si può parlare dunque di «colpa grave» perché, «a fronte di un evento drammatico ma prevedibile come un infarto in una donna di 62 anni, non si attenne ai criteri minimi di conoscenza medica errando completamente la lettura dell’esito dell’esame elettrocardiografico». Secondo i giudici contabili, il medico ha commesso errori a catena: «Pur ammettendo che l’esame sia stato eseguito dopo le 2 di notte, non è giustificabile il mancato monitoraggio della paziente per almeno due ore, ovvero sino alle 4.10, quando veniva ritrovata in arresto cardiocircolatorio». I figli della donna hanno citato a giudizio la Asl, davanti al tribunale di Lanciano, per chiedere un risarcimento di 473.535 mila euro. L’azienda sanitaria, acquisito il parere della Medicina legale, ha scelto la strada della transazione. «Non vi è modo di sottrarsi all’evidente e grossolana responsabilità del sanitario che accolse in pronto soccorso la paziente», è scritto sulla relazione, «la situazione appare estremamente evidente visionando direttamente il tracciato che risulta essere effettuato all’1.02 del 20 ottobre». I familiari della donna hanno così accettato 160mila euro di risarcimento.
Ma la Corte dei conti dell’Aquila, «valutate tutte le risultanze del fascicolo e richiamata fondamentale giurisprudenza circa la notoria pressione fisica e psicologica gravante sui medici del pronto soccorso, ritiene di esercitare il potere di riduzione dell’addebito, limitando drasticamente il quantum del danno all’importo di 32mila euro».
Il medico, difeso dall’avvocato Giuseppe Cericola, non ha chiesto «di essere ascoltato personalmente». Il legale ha però ribadito a più riprese «la disfunzione organizzativa della Asl nonché l’abnorme carico di lavoro affidato al proprio assistito». La difesa, inoltre, ha ritenuto insussistente «la colpa grave, prospettando l’inevitabilità dell’evento».
Secondo la Corte dei conti, però, «devono essere condivisi i sostanziali profili di addebito puntualmente indicati con granitico impianto accusatorio. D’altra parte, il medico non ha opposto validi elementi per confutare tale ineccepibile ricostruzione».
I giudici contabili dell’Aquila, infine, citano in sentenza anche una recente decisione della Suprema corte: «Il sanitario che, avendo in cura il paziente ometta di approfondire le condizioni cliniche generali dell’assistito e di assumere le necessarie iniziative, è responsabile per le prevedibili conseguenze derivate dalla patologia».
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