Pecora, donna e macchina Ecco le parole dello spaccio

Il Gip Gargarella: rozzo il tentativo di dissimulare il significato delle telefonate Banda armata e pronta a tutto, anche con un potenziale effetto omicida
CHIETI. «Pecora», «donna» e «macchina nera» per mascherare l’affare della droga: così la banda parlava al telefono e inviava messaggi riferendosi a cocaina, marijuana ed eroina. Lo raccontano centinaia di intercettazioni dopo che carabinieri e finanzieri hanno tenuto per mesi sotto controllo 99 cellulari riconducibili a 30 indagati, piazzato cimici su 5 auto, monitorato 7 obiettivi con le telecamere. Girava così tanta polvere bianca che Emran Morina, tra i custodi della cocaina, si vantava: «Sto a casa con cento chili!». Scrive il gip Gargarella in un passaggio fondamentale delle 280 pagine di ordinanza: «Possiamo tranquillamente ammettere che i quantitativi detenuti dall’organizzazione sono veramente ingenti». Spunti interessanti arrivano pure dalle chiamate di Raffaele Iacovone, ribattezzato “quello della montagna” perché comprava eroina e cocaina dall’organizzazione e la piazzava nella zona di Castiglione Messer Marino, paese a mille metri sul livello del mare. La moglie di Iacovone, anche lei indagata, dice al marito di aver prelevato la «donna», ovvero la marijuana. E lui chiede conto anche della cocaina: «Ma sta a posto il fatto della pecora?», e riceve conferma dalla coniuge: «Sì sì, tutto a posto». «Il tentativo di dissimulare il significato della conversazione appare rozzo», osserva il gip. Accade anche che Iacovone chieda conto a Denis Bimi, il capo dell’organizzazione, di un ritardo nell’arrivo della droga. Pure stavolta per indicare lo stupefacente usa «termini convenzionali»: «Quel computer portatile (la cocaina, ndc) che ti ha dato mio figlio non si può aggiustare o ti sei dimenticato?». «Sì, domani è tutto pronto, vieni!», è la rassicurazione. Ma Iacovone vuole essere certo: «Quello è bianco (ancora un riferimento alla cocaina, ndc). Va aggiustato! Vallo a riprendere domani dai! Fammi questo piacere perché martedì va a scuola». A Iacovone arrivano però le lamentale dei clienti abituali non soddisfatti per la qualità della droga. «Manco ai cani, veramente manco ai cani», sbotta uno di questi. «Una cosa veramente schifosa. Mai capitato con te, è la prima volta. Male, male, male. Ti giuro che l’ho dovuta gettare metà». E “quello della montagna”, per sms, lo tranquillizza promettendo ciò che sembra una sorta di rimborso: «Passa, ti faccio recuperare».
Quando c’è da fare un pagamento per oltre tre chili di eroina, invece, uno degli arrestati prova a mascherare «la dazione di denaro» dicendo all’interlocutore: «Passa a prendere l’olio di oliva a casa». Droga, ma non solo: per l’accusa è preoccupante la disponibilità di pistole della banda. Elvin Tafili, pure lui finito in manette, riferisce - ma non sa di essere intercettato - «episodi legati all’impiego delle armi. Nello specifico, con dovizia di particolari, racconta di aver esploso tre colpi di arma da fuoco all’indirizzo di un non meglio indicato buttafuori, che è rimasto incredibilmente illeso». Tafili dice in auto: «L’ultima volta un buttafuori si credeva chissà chi. Non lasciava entrare albanesi…non se ne fregava. Allora l’ho aspettato. Litigò con mio nipote. Se sapessi che gli abbiamo fatto…neanche nei film l’hai mai visto. Appena veniamo a conoscenza della cosa… Lo abbiamo bloccato con le auto. E io gli vado con il ferro (la pistola, ndc). Pam, pam, pam in auto… Come si è potuto salvare non lo so. Lui urlò: “Ahhhh”. Tanto che credetti che fosse stato preso». E qui Tafili aggiunge: «Sai, amico, che tipo sono io! Non litigo con nessuno, ma non sia mai Dio che qualcuno viene a discutere con me… È meglio se mi ammazza, altrimenti se mi lascia vivo gli rompo il c…». Perché la banda degli albanesi era pronta a tutto. Anche ad azioni, è l’allarmante conclusione del giudice, con potenziale «effetto omicidiario». (g.let.)
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