Pizzini e otto telefonini nel covo del boss in fuga

Ecco quello che hanno scoperto i carabinieri nella tana di Cuppari a Bergamo Francavilla al centro degli affari: dalla cocaina fino all’acquisto di bar e night
CHIETI. Dieci bigliettini di carta sparsi nell’appartamento con appunti scritti a mano. E poi 8 telefonini, tutti con schede sim intestate a persone straniere. Questo hanno scoperto i carabinieri nella tana del boss della ’ndrangheta Simone Cuppari, 36 anni, arrestato martedì scorso in un paese del Bergamasco, Martinengo, dopo due anni passati da latitante. Ora, è caccia ai fiancheggiatori del capo di una ’ndrina proveniente da Brancaleone che aveva costruito la base dei suoi affari, prima di darsi alla macchia, a Francavilla, dalla droga ai bar fino ai night: una rete di affiliati e protettori che ha permesso a Cuppari di vivere da latitante e, per gli investigatori, anche di portare avanti i suoi traffici.
FRANCAVILLA C’È. Anche a Francavilla, il 21 febbraio del 2017, giorno dell’arresto sfumato quando Cuppari riuscì a scappare da un hotel prima del blitz dei carabinieri che si trovarono davanti letto sfatto, finestre aperte e televisore ancora acceso, scattarono i sequestri: nella cittadina adriatica e in altri centri lombardi, campani e calabri i carabinieri sequestrarono beni del valore di 10 milioni, tra cui società di commercio di auto on-line, raccolte di scommesse, bar, pizzerie e quote per 6 milioni di euro di una società proprietaria di un villaggio turistico in Calabria. Secondo l’indagine Design, il traffico di droga avrebbe fornito all’organizzazione denaro liquido da reinvestire in prestiti usurai e in attività anche lecite. Come l’acquisto di un bar sulla statale Adriatica. Ma Cuppari, dicono gli atti di quell’indagine, è uno che si muove da imprenditore, sempre pronto ad aumentare il proprio ventaglio di attività: «Dalle indagini svolte», così dice l’ordinanza firmata dal gip Giuseppe Romano Gargarella che spiccò 28 mandati di arresto, «emerge chiaramente che Cuppari al fine di espandere il proprio mercato, abbia individuato un mercato più vasto e appetibile di quello già coperto nel territorio teatino, quale quello degli ambienti nei night club locali».
FALSI NOMI. Se quel giorno Cuppari riuscì a fuggire, è vero anche che quella catena di arresti fu il fuori programma che costrinse il boss a nascondersi. E a rintanarsi in provincia di Bergamo vivendo sotto falsi nomi e senza attirare attenzioni con l’unico vezzo delle polo con il colletto alzato.
PIZZINI SCOPERTI. I carabinieri del nucleo investigativo, guidati dal maggiore Marcello D’Alesio, sono arrivati fino al covo del boss seguendo i suoi gregari protagonisti di viaggi lampo: arrivavano in aereo a Orio al Serio solo per piazzare pizzini nelle cabine telefoniche, sotto i tavolini dei bar, nelle stazioni di autobus e treni. Andata e ritorno nella stessa giornata. E, nella perquisizione eseguita nella casa affittata da Cuppari, i carabinieri hanno trovato anche i biglietti manoscritti. Appunti da decifrare per tentare di ricostruire gli interessi dell’organizzazione.
TELEFONINI. Al cellulare il boss parlava il minimo indispensabile: usava schede intestate a terzi che venivano buttate dopo un paio di chiamate e messaggini. Con uno di questi telefonini, Cuppari ha fatto la chiamata che gli è costata l’arresto: a tradirlo è stata una telefonata a un camping di Eraclea Terme dove il boss voleva passare la settimana di Ferragosto insieme alla moglie e ai figli confondendosi tra i turisti. Ma quella conversazione durata un minuto e 21 secondi nella quale chiede anche «un’offerta» è stata intercettata e il nascondiglio è stato svelato.
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