Polemiche per i profughi spariti

20 Ottobre 2016

Atessa, in 13 hanno lasciato il centro d’accoglienza. Catechista esclusa per le proteste contro i migranti

ATESSA. Dopo la visita del prefetto Antonio Corona al centro di accoglienza dell’ex Il Mulino, ad Atessa rimangono le polemiche e il clima di tensione. La prefettura, il Governo, l’Europa stessa, sono osservati con un binocolo usato al contrario: più lontani e rimpiccioliti. Un episodio è stato solo sorvolato martedì scorso ed è invece argomento di tutto rilievo: che fine hanno fatto i tredici eritrei (sui 25 arrivati ad Atessa) che si sono dileguati? Sono stati identificati all’arrivo, si conoscono almeno i loro nomi? È possibile che tredici persone scompaiano senza che nessuna autorità preposta sia in grado di dire perché e come? Domande che hanno bisogno di risposte più che tante rassicurazioni di circostanza. In città monta la polemica su un altro episodio che vedrebbe coinvolta la chiesa locale, che, come ha ricordato papa Francesco, bene farebbe, più che a predicare, ad accogliere migranti nelle strutture parrocchiali e nelle famiglie cattoliche. Durante il consiglio comunale è stato lo stesso sindaco Nicola Cicchitti a rendere pubblica la notizia: «Il parroco ha fatto bene a togliere il catechismo a chi va a manifestare davanti al centro di accoglienza». Il sindaco aveva appena finito il suo intervento che nomi e cognomi erano fatti: il parroco è don Loreto Grossi, l’allontanata dal catechismo è Debora Fioriti, portavoce del comitato Atessa agli Atessani (l’ultimo comunicato, però, non porta più il suo nome) che sarebbe stata estromessa «perché si è esposta troppo politicamente». Per quanto riguarda la proposta di impiegare gli ospiti dell’ex Mulino, almeno quelli rimasti o gli altri che arriveranno («Perché sicuramente arriveranno», ha ribadito il prefetto), in lavori utili alla comunità, questo è possibile solo se c’è l’assicurazione, che dovrebbe stipulare il Comune, e soprattutto se c’è la volontà degli stessi immigrati, altrimenti nessuno li può costringere a lavorare. Sull’argomento interviene Giulio Borrelli, capogruppo del Mau, che ha avuto un confronto accesso con il prefetto nell’aula consiliare. «Non dobbiamo alzare muri ma non possiamo neppure dare l’impressione che la porta sia aperta a tutti, indistintamente, i disperati del mondo. L’accoglienza, per noi, è un dovere», dice Borrelli, «ma deve essere limitata, regolata e controllata. E così non è. Ci sono cose che vanno gestite meglio a livello locale, da sindaci e prefetti. Com’è possibile», chiede Borrelli, «che 13 dei 25 eritrei abbiamo fatto perdere le tracce senza che se ne sappia niente? Perché subito dopo l’arrivo non sono stati assegnati a lavori socialmente utili quei rifugiati che intendono restare in Italia e sono disposti a integrarsi nella nostra comunità? Perché i sindaci non si coordinano per una distribuzione equa nel territorio della provincia? Nel frattempo, si sta fermi. Il solito scarico di responsabilità burocratiche complica e ritarda le soluzioni di buon senso. Atessa è una città generosa, il suo volto umano e compassionevole è dimostrato anche da quegli atessani del comitato spontaneo che sono andati al centro di accoglienza a portare solidarietà e aiuto ai rifugiati».

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