«Porto il Giro in Abruzzo perché amo la mia terra»

Maurizio Formichetti, da alpino mancato alla passione per la bici e la corsa rosa «Quest’anno mi è sembrato doveroso proporre L’Aquila, ma c’è anche Chieti»
CHIETI
«La bicicletta? Più di una passione. Ecco, una compagna di vita». Con cui riuscire a scalare i tornanti del leggendario Zoncolan e sulla quale Maurizio Formichetti, funzionario della prefettura di Chieti e referente di zona per la Rcs Sport, sta per tornare in sella dopo un brutto incidente, in allenamento, nel dicembre scorso. LA CAROVANA ROSA. Il tempo stringe, c’è da lavorare per l’organizzazione della tappa Vasto-L’Aquila dell’imminente Giro d’Italia e Maurizio, il ragazzino di sempre che “ha voluto la bicicletta” è di nuovo pronto a pedalare. E ricordare. «La prima bici? Una Olmo verde a tre cambi sulla quale scorrazzavo nel quartiere Sacro Cuore con l’area della caserma Berardi indiscusso punto di aggregazione. Il mito, per noi bambini, era Luciano Vinciguerra, detto “l’indiano bianco”, un podista che si allenava scalzo. Poi c’era il muraglione della stessa caserma a rappresentare la soglia del coraggio. Chi riusciva a correrci sopra guadagnava il rispetto di tutto il gruppo. A Chieti fece tappa la cinquantesima edizione del Giro d’Italia e l’atmosfera della carovana rosa già mi colpì in maniera particolare. Ho comunque vissuto un’adolescenza serena mentre, con la bici, allungavo i miei orizzonti fino al campo basket della Villa comunale».
SOTTO CANESTRO. La palla a spicchi, altro grande amore di Maurizio. «La passione di un’intera città. Il mio compagno di banco all’istituto tecnico Galiani era Dante Anconetani che giocava già in prima squadra e, giovanissimo, passò alla Saclà Torino in serie A. Seguivo tutte le partite, spesso anche in trasferta. Ero a Milano per lo storico spareggio con il Rieti, poi a Roma per altri spareggi contro Napoli e Livorno. Di quest’ultimo ho un ricordo particolare. Era la primavera del 1978 e Roma viveva i giorni del sequestro Moro. Arrivammo con un’auto, stipatissima, dell’amico Roberto Ciarciaglini e ci fermarono a un posto di blocco. Non avevo documenti e accennai, agli agenti, di essere figlio di un maresciallo della Polizia di Stato. Al ritorno raccontai tutto a mio padre Domenico che mi rimproverò duramente per il mio “inopportuno comportamento”. Altri tempi, altre persone. Quella partita, comunque, la vincemmo e conservo ancora la maglia dell’indimenticabile Nando Odorisio che me la regalò nella festa sul parquet a fine gara. A pallacanestro ho anche giocato per alcuni anni partecipando a diverse edizioni, in estate, del Palio cittadino, manifestazione che veniva vissuta in un clima di assoluto coinvolgimento».
GLI AMICI DEL PEDALE. Tempo di naja. Con Maurizio, ufficiale degli alpini, sul punto di intraprendere la carriera militare. «Un giorno, però, un superiore mi impartì un ordine assurdo. Obiettai qualcosa e ricevetti in risposta un “arrangiati”. Bastò per convincermi che quell’ambiente non faceva per me». Il congedo e si torna a casa. Dove, ad attenderlo, c’è un gruppo di amici che ha intanto iniziato a “uscire” in bicicletta. «Eravamo in pochi e venivamo considerati persone un po’ stravaganti perché, dopo il lavoro, eravamo capaci di mettere assieme oltre 60 chilometri, magari alzandoci sui pedali lungo la strada che porta alla Majelletta. Tante belle esperienze con Remo D’Alessandro, Valerio Giannini, Lucio Raimondi e altri ancora mentre, alle nostre spalle, il gruppo si infittiva. Il ciclismo amatoriale stava diventando fenomeno di massa». Nel 2005 arriva una telefonata di Palmiro Masciarelli. «Chiese di dargli una mano nell’organizzazione di una tappa del Giro con arrivo a Passolanciano, mi misi al lavoro assieme a Giampiero Di Domizio e Alfiero Marcotullio, tutto andò per il meglio e, nell’occasione, conobbi Angelo Zomegnan della Rcs Sport con cui nacque un rapporto che continuò negli anni anche attraverso la Tirreno-Adriatico». In un crescendo di puntuali organizzazioni, fino alla memorabile tappa di due anni fa sul Blockhaus. E non manca un po’ di rammarico. «Da parte degli enti pubblici ci sono stati anche buoni investimenti che però non hanno avuto seguito e l’immagine positiva della nostra splendida regione è rimasta fine a se stessa. Ma si va avanti e, a dieci anni dal terremoto, mi è sembrato doveroso proporre L’Aquila come sede di tappa trovando l’immediata disponibilità di Mauro Vegni, direttore del Giro, che mi ha sempre onorato della sua fiducia». Una tappa che attraverserà anche Chieti. «Un piacere sentire tanta gente parlare della bellezza della mia città, una delusione constatare come, a margine di tante compiaciute definizioni legate all’arte e alla cultura, si finisca poi per imbattersi, ad esempio, in una segnaletica stradale incredibilmente confusa e deteriorata».
“LU RICCHIAPPE”. Franchezza, passione e tanta determinazione. «Collaboro con diverse associazioni e, in occasione delle prossime feste patronali, sarà riproposto “lu ricchiappe”, tradizionale corsa di cavalli senza fantino che si allungava da piazzale Sant’Anna alla pescheria di via Arniense. Niente cavalli, per diversi motivi, sarà una gara podistica a coppie. Un uomo e una donna, in rappresentanza dei vari quartieri, nel ricordo, appunto, di un’antica e appassionante manifestazione». Maurizio vede il traguardo e alza il ritmo. «Ci sarebbe anche, a giugno, una gara di duathlon, bici e corsa, lungo il centro storico...». Ha ormai lanciato lo sprint. Difficile stargli dietro.

