Posti di lavoro ai parenti e parquet gratis: Di Giannantonio rischia un altro processo

Dopo il rinvio a giudizio per truffa, nuovi guai giudiziari per l’ex direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl Restano sotto accusa anche la moglie e la segretaria del docente. La vittima è il presidente di una società cooperativa
CHIETI. La procura di Chieti impacchetta le accuse e sigilla l’inchiesta sui posti di lavoro pretesi per i parenti dal professor Massimo Di Giannantonio, ex direttore del Dipartimento di salute mentale della Asl teatina e professore ordinario di psichiatria dell’università d’Annunzio. All’indomani del rinvio a giudizio per truffa e falso nell’ambito di un corso di formazione e di ricerca tenuto in carcere, all’orizzonte si stagliano nuovi guai giudiziari per il docente di origini romane, 68 anni, volto noto di trasmissioni televisive nazionali: il sostituto procuratore Giancarlo Ciani ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari nel procedimento sulle tangenti che l’ex primario avrebbe ricevuto sotto forma di assunzioni dei familiari e parquet gratis per la sua casa romana. Si tratta dell’atto prodromico alla richiesta di processo.
LE ACCUSE
Di Giannantonio è indagato per concussione, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e truffa. Devono rispondere degli ultimi due reati anche Silvia Fraticelli, teatina di 47 anni, moglie di Di Giannantonio, e l’allora segretaria di quest’ultimo Simona Malandra, 43 anni, anche lei di Chieti. Secondo l’accusa, a fornire a Di Giannantonio le «indebite utilità», sotto costrizione, è stato il presidente di una cooperativa vincitrice dell’appalto milionario per «i servizi di assistenza psichiatrica, riabilitativa e di tutoraggio finalizzato al reinserimento lavorativo». Sono quattro gli episodi di concussione contestati all’ex primario e scoperti dalla guardia di finanza di Chieti: si tratta di «condotte di sopraffazione rivolte nell’arco di ben 5 anni», ovvero tra aprile 2015 e luglio 2020, al presidente della cooperativa. Di Giannantonio, come membro della commissione aggiudicatrice dell’appalto e direttore esecutivo del contratto, lo avrebbe obbligato ad assumere nell’organico della coop la moglie e Malandra. Entrambe, sostiene sempre l’accusa, non hanno però svolto alcun tipo di mansione relativa ai servizi di riabilitazione ma sono state impiegate come «segretarie personali» di Di Giannantonio, procurandosi rispettivamente «un ingiusto profitto» di 48.441,78 euro (Fraticelli) e 21.003,95 euro (Malandra).
LE CARTE DELL’INCHIESTA
Nel caso della moglie, ricostruiscono le carte dell’inchiesta, il posto di lavoro fu richiesto davanti a un testimone «con un’arroganza impositiva a lui consueta e poi addirittura fra le urla. L’indagato non era certamente mosso dall’interesse pubblico di assicurare al servizio una figura da lui ritenuta necessaria. Al contrario, tutti gli elementi convergono nel sostenere che l’unico interesse perseguito fosse quello di assicurare una retribuzione a sua moglie». Il presidente della cooperativa ha «lungamente spiegato che la richiesta di Di Giannantonio corrispondeva a un’imposizione che non ammette replica, sull’implicito fondamento che lui potesse creargli una serie di ostacoli, in caso di mancata adesione».
IL TESTIMONE
D’altronde, come riferito da una testimone, Di Giannantonio aveva «poteri di verifica e controllo sull’esecuzione del contratto: autorizzava i pagamenti, in assenza della sua firma le ore non venivano liquidate, poteva mettere in difficoltà la cooperativa contestando i servizi erogati». Per l’accusa, il principale indagato ha preteso e ottenuto anche una terza assunzione, quella della figlia di Fraticelli (la ragazza non è indagata). L’ex primario avrebbe pure obbligato il presidente della coop a sostenere i costi per il parquet della sua abitazione a Roma, ovvero 8.762 euro. «Nell’estate 2020 l’indagato lo convocò in ospedale», ricostruiscono le carte dell’accusa, «e gli fece vedere il parquet che aveva scelto per l’abitazione romana che stava ristrutturando. Quindi gli consegnò l’ordinativo fatto via internet e gli chiese di confermare l’ordine e pagare».
LA CONSEGNA A ROMA
Così, qualche giorno dopo, un collaboratore del presidente della cooperativa si occupò personalmente di caricare il parquet su un furgone e raggiunse all’uscita dell’autostrada di Pescara ovest-Chieti il professor Di Giannantonio. Questi era lì ad attenderlo, si presentò, salì a bordo del furgone e lo guidò fino a destinazione. Giunti nei pressi dell’abitazione, il materiale venne scaricato con l’aiuto di operai impegnati nei lavori di ristrutturazione. Gli indagati sono difesi dagli avvocati Marco Femminella, Ilaria Felini, Enrico Raimondi e Cristiano Sicari.

