Posti di lavoro fantasma Rinviati a giudizio in 5

20 Aprile 2017

All’udienza preliminare patteggia due anni solo la Vadini. Ammesse 8 parti civili Fingevano di avere amici potenti sia all’università D’Annunzio che in Vaticano

CHIETI. Promettevano posti di lavoro fantasma all'università d'Annunzio. Ingannavano i genitori di aspiranti dottorandi o funzionari di ateneo chiedendo loro il pagamento di "congrue" somme di denaro per “oliare” il sistema. Le famiglie pagavano, ma del posto di lavoro neanche l'ombra.

Per la mega truffa da 100mila euro il gup Luca De Ninis ha rinviato ieri a giudizio gli ortonesi Patrizia Marino di 58 anni, la figlia Pamela Magno di 35 anni, il fratello Marco Marino di 57 anni, l'ortonese ex dirigente dell'Arta di Pescara Luciano Di Odoardo di 72 anni, tutti accusati di truffa e millantato credito, e l'ex vice sindaco di Casalincontrada Lino Camillo D'Arcangelo di 61, accusato di favoreggiamento. Il processo si terrà il 21 giugno. Ha invece patteggiato a 2 anni e 516 euro di multa l'ortonese Maria Concetta Vadini di 57 anni, assistita dagli avvocati Emiliano Paolucci e Maurizio Mililli. Secondo l'accusa, rappresentata ieri dal pm Giuseppe Falasca, gli imputati promettevano assunzioni non solo alla D’Annunzio ma anche in Vaticano, in questo caso grazie all'intercessione di un fantomatico cardinale che però si doveva “ungere" con 5mila euro. In alcuni casi venivano anche contraffatte le voci di persone che contano, come ad esempio del rettore. Mentre altre volte ci si spacciava per inesistenti professori della D’Annunzio. 29 le parti offese di cui 8 hanno deciso di costituirsi in giudizio. L'ammissione delle parti civili è stato il primo scoglio dell'udienza preliminare. Gli avvocati della difesa hanno chiesto di non ammettere alcuna parte civile con le loro richieste di risarcimento trattandosi, comunque, di un illecito, visto che si promettevano "favori" e "spintarelle". A sbloccare la situazione è stato uno dei rappresentanti di parte civile, l'avvocato Alberto Civitarese, che ha citato la sentenza della Cassazione penale numero 35352, secondo cui «in tema di truffa la natura illecita del patto intercorso con la vittima non impedisce la condanna dell'imputato alla restituzione della somma di denaro versata dalla vittima». Nell'ammissione delle parti civili, De Ninis ha richiamato proprio questa sentenza. Civitarese rappresentava quattro parti civili che chiedono 200 mila euro di risarcimento danni, gli avvocati Roberta Babore e Vincenzo Gatta ne hanno assistito altre due chiedendo la restituzione delle somme versate e i danni morali. Stessa richiesta per la parte civile rappresentata dall’avvocato Rocco Giancristofaro (in questo caso erano stati versati solo 2.500 euro) e, infine, 22 mila euro è stata la richiesta dell'ultima parte civile assistita dall'avvocato Massimiliano Ceddia.

Difeso dall'ex sindaco di Casalincontrada Concetta Di Luzio, D'Arcangelo, che si trova implicato nella vicenda in posizione marginale, ha tentato di accedere al rito abbreviato condizionato, ma il giudice ha respinto la richiesta.