Prestiti a tassi usurari, 4 rinviati a giudizio

9 Marzo 2018

Ex bancari della Serfina finiscono a processo: sotto accusa per i soldi concessi a una ditta di Pescara

CHIETI. Quattro ex bancari della Serfina, società finanziaria con sede a Chieti, rinviati a giudizio con le presunte accuse di usura ed estorsione. Questa la decisione del giudice Luca De Ninis al termine dell’udienza preliminare di ieri mattina al tribunale di Chieti.
All’epoca dei fatti, fra il 2007 e il 2010, i 4 imputati ricoprivano ruoli dirigenziali all’interno della Serfina, finanziaria nata nei primi anni Novanta a servizio delle imprese e poi trasformata in una banca.
Il prossimo 2 ottobre inizierà il processo a carico dei teatini Romeo Di Fonzo, che è stato direttore sia di Serfina Finanziaria che di Serfina Banca, Bruno D’Intino, all’epoca direttore della banca, Sandra Scurci, vice direttore di Serfina Banca, e Andrea Miccoli, di Lanciano, impiegato e considerato uno stretto collaboratore di D’Intino. Di Fonzo, D’Intino e Scurci sono difesi dall’avvocato Marco Femminella, D’Intino da Augusto La Morgia.
Le accuse contestate agli ex bancari della Serfina ruotano intorno a un prestito e ad un mutuo erogati ad una società di Pescara impegnata nel campo dell’elettronica, prestiti che secondo il pm Giuseppe Falasca sarebbero stati a condizioni usurarie sia per il tasso pattuito e applicato, superiore al tasso soglia rilevato ogni tre mesi, sia per le concrete modalità del fatto.
Un prestito di oltre 647.500 euro, in particolare, fu erogato convenendo l’emissione di 84 cambiali con scadenza mensile dell’importo di 9.372 euro ciascuna, con un tasso di interesse dell’11,25%, che superava il tasso soglia. La somma peraltro non venne erogata ai beneficiari ma, sostiene l'accusa, fu reimpiegata immediatamente dalla banca per pagare i debiti accumulati dalla società sui conti correnti, mentre il legale rappresentante della società, la moglie e uno dei figli, furono costretti a firmare le prime dieci delle 84 cambiali dietro la presunta minaccia consistita nel prospettare il recupero immediato da parte di Serfina delle somme che la società doveva restituire.
Secondo l’accusa, Di Fonzo sarebbe stato «pienamente consapevole» delle condizioni di difficoltà in cui versava la società pescarese.
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