Processione del Venerdì Santo Il rito che commuove Chieti

Oggi all’imbrunire la città si ferma per l’appuntamento che è un simbolo della teatinità
CHIETI. Le note e l’emozione di sempre. Rinnovate attorno ad un corteo mesto e solenne che, all’imbrunire di un pomeriggio di primavera, si allunga dalla cattedrale di San Giustino lungo le vie del centro storico. Ancora una volta la Processione del Venerdì Santo, sicuramente tra le più antiche d’Italia, è pronta a rappresentare per l’intera città qualcosa che va oltre la partecipazione ad un intenso appuntamento religioso.
Un rito che coniuga da secoli testimonianza di fede ed orgoglioso sentimento di identità, appuntamento in grado di scatenare un tumulto di sentimenti sia nei tanti turisti, magari per la prima volta affascinati e rapiti dalle note del Miserere del compositore teatino Saverio Selecchy, sia in coloro che hanno lasciato da tempo la città e, ogni anno, fanno di tutto per essere comunque lì, tra la folla assiepata ai lati del corteo.
Con addosso, puntualmente, un qualcosa difficile da spiegare unito al desiderio di mostrare con orgoglio, all’amico che ti accompagna nell’occasione, i luoghi dove sei cresciuto. Luoghi che, almeno per una sera, intendono mostrare il meglio di sé in un’atmosfera sintetizzata nelle parole di monsignor Bruno Forte: «Un evento eccezionalmente struggente, vissuto con intensa partecipazione».
Una partecipazione emotiva impossibile da dimenticare, anni fa, al dramma delle popolazioni colpite dal terremoto quando la Processione imboccò, in maniera eccezionale, la circonvallazione occidentale con la sagoma del Gran Sasso che sfumava all’orizzonte mentre il canto del Miserere si levava più appassionato ed intenso che mai. Lo stesso canto che arrivò poi dalle finestre aperte negli anni della pandemia che impedì lo svolgimento dei riti della Settimana Santa.
È così quando una intera comunità finisce per diventare processione essa stessa attorno al passo cadenzato degli incappucciati che si avvicinano tra le fiaccole. La sensazione di calarsi in un racconto, spesso trapuntato di malinconia, tra volti che non ci sono più ed altri che riappaiono all’improvviso, tasselli quasi dimenticati della tua storia nel momento in cui, da lontano, tra piazze e vicoli, si fanno sempre più distinte le note del Miserere. Pronte a sfiorarti e poi a coinvolgerti in maniera impetuosa, più che mai dentro un evento che scandisce e segna il trascorrere degli anni e il succedersi delle generazioni, ricordando gli appassionati versi del poeta Raffaele Fraticelli: «Chi sa pe’ quanta tempe, quant’ancore, stu jorne vè parlà dentr’a lu core».
Fremiti destinati, immancabilmente, a rinnovarsi. Il grande stendardo nero ad aprire il corteo, il percorso quello di sempre nel disegnare una sorta di croce tra i vari quartieri, e il lungo serpentone di incappucciati delle diverse confraternite che portano a spalla i simboli della Passione: il gallo, l’angelo, i dadi, la scala, le tenaglie, le lance, la croce. Tutto intorno un tumulto di sentimenti scatenati da note che, appunto, annunciano da lontano il passaggio del corteo, possentemente sostenute dal coro e rese struggenti dal suono di cento e passa violini.
Poi le tuniche nere con cappuccio e le mozzette dorate dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, impeccabile custode della tradizione, i cui appartenenti tramandano di padre in figlio l’onore di portare a spalla, tra altri simboli, la statua del Cristo morto, ricoperta da un velo trapunto di gioielli, e quella dell’Addolorata, che indossa un abito di seta nera ricamata a fili d’oro.
Emozioni di quelle che senti il bisogno di condividere con le persone alle quali vuoi bene. Al tuo fianco, lungo il percorso della Processione, oppure lontane, da raggiungere, ormai da diversi anni, attraverso una videochiamata. Senza meravigliarti di qualche commosso silenzio alternato a saluti impastati di nostalgia. Perché si tratta di un giorno particolare, quello in cui una intera comunità intende riscoprire vivacità, accoglienza e testimonianza della propria storia.
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