Processione saltata: una diretta in tv per salvare il rito

La città perde il suo simbolo più antico con migliaia di fedeli Idea del sindaco per il Venerdì Santo. Perrotti: grande dolore
CHIETI. È così. Venerdì Santo a Chieti senza la secolare e suggestiva Processione. Non era mai accaduto e la notizia dell’annullamento del rito, peraltro temuta già nei giorni scorsi, ha scosso la città. «Nell’animo di ogni teatino», afferma il sindaco Umberto Di Primio, «si tratta di un giorno particolare, forse il più importante dell’anno. Ora resta qualcosa che, pur dovendo condividere le disposizioni relative alla diffusione del coronavirus, sembra difficile da metabolizzare». Da qui la decisione, da parte del primo cittadino, di inviare una lettera a monsignor Bruno Forte. «Ho chiesto di valutare, nel pomeriggio del Venerdì Santo, un momento di preghiera dello stesso padre Bruno nella cattedrale davanti ai Simboli della processione. Preghiera diffusa attraverso la televisione e accompagnata dalle note del Miserere, un modo per coinvolgere chi è a casa e far sentire tutti ancora una volta partecipi».
Tristezza nelle parole di Giampiero Perrotti, governatore dell’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, nei secoli gelosa custode della tradizione con le sue tuniche nere con cappuccio e le mozzette d’oro a chiudere il lungo serpentone di incappucciati nel suo incedere mesto e solenne sotto la fiamma dei tripodi. «Forse la processione più antica d’Italia, la cui prima data certa risale al 1650», spiega il governatore, «un rito che non si è interrotto nella primavera del 1944 con i partecipanti a sottrarsi, fuggendo dalle uscite secondarie della cattedrale, alle retate tedesche, né davanti all’incredibile nevicata del 1956. Indimenticabile, undici anni fa, dopo il terremoto, il cambio di percorso per lanciare verso il Gran Sasso, dal belvedere della Civitella, le note del Miserere di Selecchy. In ogni caso, riteniamo che monsignor Forte abbia giustamente ritenuto che in questi giorni debba prevalere il rispetto delle disposizioni tese a contenere il diffondersi del morbo. Dovere civico ma anche atto di carità cristiana, di vicinanza alle sofferenze dei malati, al dolore di coloro che hanno perso i loro cari e al sacrificio cui si sottopongono, anche a rischio della propria vita, quanti operano negli ospedali». Rinuncia comunque dolorosa. «È un appuntamento nel quale la città scandisce e segna il trascorrere degli anni, il succedersi delle generazioni, il tempo del vivere e del morire», aggiunge Perrotti rimarcando il rinnovarsi del «miracolo della simbiosi tra chi sfila in corteo e chi assiste».
Su tutto, un profondo senso di appartenenza in un evento in grado di richiamare tante persone lontane da tempo dalla propria città. Sensazioni sintetizzate, anni fa, dai versi dialettali del poeta Raffaele Fraticelli: «Chi sa pe’ quanta tempe, quant’ancore, stu jorne vè parlà dentr’a lu core». Ma quest’anno è il mondo intero a vivere una situazione particolare. «Momenti in cui la vita mette di fronte a situazioni che magari non avresti mai immaginato», conclude il sindaco, Di Primio. «Raccogliamo l’invito di monsignor Forte», sottolinea ancora Perrotti, «a considerare questa rinuncia come atto di fede e di penitenza raccogliendoci tutti in preghiera, nell’ora dell’azione liturgica del Venerdì Santo, offrendo in sacrificio quel rito di confessione collettiva che è appunto la nostra Processione». In una prospettiva di fede e di speranza e, magari, attingendo ancora ai versi di Fraticelli: «Aspitte n’atru ccune… sta p’ariscì lu tempe bbone». Messaggio di fiducia nei valori della vita, comunque in grado di superare il tempo e ogni contingenza.

