Processo Honda, cade il reato più grave

30 Maggio 2019

Presunta truffa alla multinazionale, non c’è più l’associazione a delinquere: oggi nuova udienza per Di Lorenzo e altri 6 imputati

LANCIANO. Processo Honda: cade anche per gli ultimi due imputati l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Ieri il capitolo che ha fatto uscire di scena, definitivamente, il reato più grave contestato nella maxi inchiesta della presunta truffa ai danni della Honda di Atessa per circa 10 milioni di euro, avvenuta tra il 2007 e il 2012: a processo ci sono l’ex vicepresidente Honda Silvio Di Lorenzo (68 anni), sua moglie Giovanna Piera Maesa (63), i figli Matteo Romolo (40) e Francesco (37) Di Lorenzo, e i manager di aziende dell’indotto Honda, Pietro Rosica (59), Gabriele Domenico Scalzi (49), e Antonio Di Francesco (64). Nell’udienza di ieri, il tribunale collegiale (presidente Andrea Belli, a latere i giudici Rosaria Boncompagni e Stefania Cantelmi) ha assolto dall’accusa di associazione a delinquere, perché il fatto non sussiste, Maesa e Di Francesco la cui posizione era stata stralciata dal procedimento principale dinanzi al gup ad ottobre 2018 quando erano stati assolti dallo stesso reato gli altri 5 imputati. Secondo gli avvocati difensori di Maesa e Di Francesco, Augusto La Morgia di Pescara ed Emanuele Fisicaro del foro di Lecce, l’associazione non poteva essere contestata in quanto prevede almeno l’unione di tre soggetti e loro erano solo due. Inoltre la sentenza emessa dal gup a ottobre ha spiegato che non «c’era alcuna associazione truffaldina ma contatti tra le parti per motivi di lavoro».
Caduta l’associazione a delinquere ora la parte relativa ai reati di truffa di Maesa e Di Francesco verrà riunita al procedimento che si apre oggi anche per gli altri 5 imputati. Da questa mattina quindi il processo Honda prevede 7 imputati accusati di truffa aggravata. Secondo il sistema ricostruito dalla procura e dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Chieti, Di Lorenzo si sarebbe costruito, assieme ad altri soci, ingiusti profitti sulle spalle della Honda. Avrebbe assicurato servizi e la fornitura di beni alla multinazionale da società che facevano capo a lui e ai familiari. Avrebbe anche autorizzato pagamenti a favore di aziende a lui vicine per scopi personali. Un modus operandi ben preciso, fatto di 4 fasi che andavano dall’acquisizione da parte di familiari e prestanome di quote di società che avrebbero poi eseguito servizi alla Honda che li avrebbe pagati, senza neanche ottenerli realmente. Sarà il processo a dire se queste truffe, una prescritta e altre a rischio prescrizione, sono o meno avvenute. A processo si dovrà stabilire anche se Silvio Di Lorenzo ha commesso il reato di rivelazione del segreto professionale. Accuse sempre respinte dall’ex vice presidente Honda e dagli altri imputati.