Provincia condannata a pagare: una svista costa 263mila euro

Dopo aver disdetto il contratto, l’ente non riconsegna le chiavi dello storico palazzo Marchionne I giudici: «I proprietari non sono potuti rientrare in possesso dell’immobile, ora vanno risarciti»
CHIETI. Un mazzo di chiavi non riconsegnato costa alla Provincia una condanna a pagare una montagna di soldi. Una svista da 263.155,13 euro. È questo, in estrema sintesi, il fulcro della sentenza pronunciata dalla Corte d’appello dell’Aquila, che ha accolto il ricorso presentato dai fratelli Arturo e Dino Marchionne, proprietari dello storico palazzo di piazza Valignani, nel cuore del centro storico di Chieti, in passato affittato all’ente e finito al centro di un’infinita battaglia giudiziaria. In sostanza, la Provincia dovrà versare i canoni di locazione per il periodo che va dal febbraio del 2015 all’aprile del 2018, ovvero un lasso di tempo durante il quale non ha utilizzato la struttura, lasciata vuota già dal 2011. Il motivo? Dopo aver risolto il contratto, si legge sulla sentenza dei giudici di secondo grado, l’ente non «si è neppure preoccupato di indicare il luogo della consegna delle chiavi», dunque non ha messo i fratelli Marchionne «nella condizione di riavere effettivamente la cosa locata».
Per riepilogare la vicenda, bisogna tornare indietro a dieci anni fa, quando la Provincia decide di disdire il contratto d’affitto per il palazzo di piazza Valignani, dove sono ospitati gli uffici Lavoro, Servizi sociali e Urp. Ma il 3 marzo del 2011, all’esito del sopralluogo in contraddittorio, i fratelli Marchionne rifiutano la restituzione perché «l’immobile risulta gravemente danneggiato e del tutto inagibile». I proprietari decidono dunque di portare l’ente davanti al tribunale e chiedere il risarcimento dei danni. I giudici danno loro ragione, dichiarando «legittimo il rifiuto dei locatori» e condannando l’amministrazione pubblica a versare 49.558,43 euro, ovvero la spesa necessaria per le riparazioni, e i canoni di locazione da 6.490,92 euro al mese dal luglio del 2011 (ossia dalla scadenza del contratto d’affitto) fino alla data dell’effettivo pagamento del risarcimento. Canoni che raggiungeranno la cifra di 372.403,75 euro.
Ma il pasticcio degli affitti d’oro non finisce qui. Chiusa la prima parte di battaglia giudiziaria, se ne apre un’altra. Tutto comincia quando la Provincia, via raccomandata, diffida i fratelli Marchionne «alla ripresa in possesso delle chiavi dell’immobile fissando a tal fine la data del 30 aprile del 2015, alle ore 10». Ma il giorno in questione, come è ricostruito in sentenza, i proprietari del palazzo attendono per mezz’ora «inutilmente» che un incaricato della Provincia proceda alla consegna delle chiavi e al conseguente rilascio dell’immobile.
Solo il 24 aprile del 2018, ovvero quasi tre anni dopo, i Marchionne tornano in possesso dell’immobile. E decidono di portare ancora una volta l’ente in un’aula di giustizia, per chiedere un nuovo risarcimento danni per il periodo in cui non hanno potuto utilizzare la struttura.
In primo grado, i giudici danno ragione alla Provincia perché, «a fronte della mancata indicazione di un luogo specifico per le operazioni di riconsegna chiavi, ogni interlocuzione avrebbe dovuto svolgersi nell’ufficio competente dell’ente e non all’indirizzo dell’immobile». E ancora: «L’abbandono di un immobile oggetto di locazione da parte di un ente pubblico, combinato alla formalizzazione della volontà di riconsegnarlo, ha inequivocabilmente significato di rimettere il locatore nel possesso della cosa».
Ma i fratelli Marchionne, assistiti dagli avvocati Valter e Francesco De Cesare, presentano ricorso e vincono. Secondo i giudici aquilani (presidente Maria Luisa Ciangola, consiglieri Luigi Santini e Ciro Marsella), infatti, è di «tutta evidenza l’erroneità» della sentenza di primo grado.
Citando un pronunciamento della Cassazione, la Corte d’appello sottolinea come «l’offerta della Provincia» di restituire le chiavi sia stata «indeterminata quanto a luogo e modalità» e anche priva dell’indicazione «dell’ufficio dell’ente con il quale interloquire».
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