«Pugni in faccia per rubarmi la collana»

6 Marzo 2019

Anziano racconta piangendo in tribunale la brutale aggressione subita. A uno degli autori inflitti tre anni di carcere

CHIETI. Giustino Capitanio, 70 anni e una casa in campagna dopo una vita di lavoro, ha la voce rotta dal pianto. Ci mette un po’ prima di trovare la forza di raccontare, in un’aula di palazzo di giustizia, quel pomeriggio di violenza in cui è finito nel mirino di 3 delinquenti senza scrupoli, tutti appartenenti alla stessa famiglia. Pur di rapinarlo di una catenina d’oro, madre, padre e figlio - di origini rom - si sono avvicinati a lui con l’inganno. Poi l’hanno colpito con un pugno in faccia e con un tondino di ferro alle gambe. Ieri, a distanza di un anno e mezzo, la vicenda giudiziaria si è chiusa con la condanna a 3 anni di carcere per Umberto Di Rocco, 52 anni, residente a Montesilvano, difeso dall’avvocato Giancarlo De Marco: faceva da palo e ad incastrarlo sono state le celle telefoniche. Nei mesi scorsi erano stati inflitti 3 anni e 4 mesi a testa, con il rito abbreviato, al figlio Sabatino e alla moglie Rosaria De Rosa.
«Il pomeriggio del 3 agosto del 2017 ero in campagna, a Brecciarola», racconta Giustino davanti al collegio del tribunale di Chieti presieduto da Guido Campli (giudici a latere Andrea Di Berardino e Chiara Di Gerio). «Stavo mettendo a posto le cipolle quando ho visto due ombre. Erano un uomo e una donna. Mi hanno chiesto se vendevo motori. Io ho risposto di no e abbiamo iniziato a parlare del più e del meno. A un certo punto la donna mi ha detto: “Sei pallido, hai i linfonodi gonfi”. Io mi sono un po’ preoccupato, perché qualche giorno prima ero stato effettivamente in ospedale per un problema alla gola». Poi la donna ha cominciato a massaggiargli il collo. «All’improvviso mi ha sfilato la catenina con una medaglia e la fede», ricostruisce ancora Giustino, «ma io me ne sono subito accorto. Le ho preso la mano e ho recuperato la collana. Mentre la mettevo in tasca, l’uomo mi ha tirato un pugno in faccia. Sono caduto a terra, e mi hanno colpito con un tondino di ferro che hanno sfilato dal terreno. Io ho provato a rialzarmi, volevo rincorrerli, ma non ce la facevo. Loro sono scappati subito e io sono finito in ospedale». Dopo che il sostituto commissario Licio D'Antuono ripercorre in aula le fasi dell’indagine, il pm Lucia Anna Campo chiede una condanna a 4 anni di carcere per l’imputato. Secondo l’accusa gli accertamenti della polizia, attraverso i tabulati del telefono, hanno dimostrato che Umberto Di Rocco si trovava con la moglie e con il figlio al momento dell’aggressione: «Ci sono elementi sufficienti per dire che era lui il palo», rimasto a bordo di una Citroen C3. Quando il presidente Campli legge il dispositivo della sentenza, che riqualifica il reato in tentata rapina, il signor Giustino è già andato via: quel pomeriggio di violenza vuole dimenticarlo.
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