Quegli abruzzesi trucidati che la storia non ricorda

18 Gennaio 2016

Benedetti fu ucciso alle Fosse Ardeatine, Pellicciotta freddato a bruciapelo perché difendeva la moglie e infine Palena che saltò in aria con il ponte minato

ATESSA. È saldo il passato, perché non cambia mai, ma è anche delicato perché rischia di scolorire se non addirittura perdersi nelle pieghe del tempo. Giacinto Pellicciotta, Nicola Palena, Pietro Benedetti, tre nomi, tre storie tra le tante, di atessani morti durante la guerra.

LA GUERRA AD ATESSA. I giorni delle feste patronali dal 15 al 18 agosto del 1943 furono gli ultimi di relativa tranquillità. Il 25 agosto un aeroplano italiano si schiantò e incendiò in un quartiere di Atessa, perirono sette militari tra cui il tenente pilota atessano Renato Manzini che solo pochi giorni prima era andato in licenza breve in Atessa. Da quel giorno in poi la progressione degli avvenimenti si avviluppò in un crescendo di tragicità.

A metà settembre l'occupazione tedesca portò a requisizioni di cose e persone, utili per riparare strade, edificare fortificazioni, minare opere pubbliche. Poi arrivarono anche i bombardamenti degli alleati a disperdere le famiglie nelle campagne e a far rintanare chi restò in paese nelle cantine e nelle grotte. In quelle giornate drammatiche morirono trenta civili colpiti dalle schegge, dai mitragliamenti, dalle granate, dalle mine, tra i quali Eligio Costantini, di appena anni 10, morto per scoppio di granata in contrada Carapelle.

Quella tra il 12 e il 13 novembre fu la notte più lunga per Atessa: i tedeschi, in ritirata, fecero saltare case e opere pubbliche in precedenza minate. Le luci dell'alba svelarono ciò che i rumori delle esplosioni notturne avevano solo annunciato: Atessa, ridotta quasi a un cumulo di macerie, non era più la stessa: devastata! Quasi del tutto ostruite dalle macerie erano via Cesare Battisti e via Trento e Trieste. Nella mattinata, in un paese in ginocchio, arrivarono in piazza Garibaldi le truppe alleate soprattutto indiani e neozelandesi.

L’ospedale civile soccorreva i feriti come possibile, mancavano tutti i servizi fondamentali, dall’acqua alla luce elettrica, dai trasporti alle comunicazioni telegrafiche. La società civile era allo sbando. Il 1° gennaio 1944 il comando alleato, che rimarrà in città fino alla primavera dello stesso anno, nominò Giacinto Cardona primo sindaco e quindi il relativo nuovo consiglio comunale.

A essi spettò il compito di affrontare problemi urgenti in una condizione di continua emergenza. Iniziò la delicata opera di ricostruire un tessuto sociale, la lenta fase della metabolizzazione dei lutti e il lungo periodo di ricreare le certezze che quel novembre spazzò via. La città e la sua gente seppero reagire, si ricostruirono gli edifici, ma soprattutto si ricompose una nuova società. E sono queste le ragioni che hanno spinto il presidente della Repubblica a concedere, nel 2011, la medaglia di bronzo al valor civile.

Pesa quella medaglia sul gonfalone perché carica di tante lacrime, se mai queste possano avere un peso, che la popolazione atessana ha gettato durante la guerra, ma ha anche la leggerezza della speranza perché, come scrisse dal carcere di Regina Coeli l'11 aprile del 1944, l'atessano Pietro Benedetti ai figli, pochi giorni prima che fosse fucilato per la sua attività di antifascista «Io muoio nella certezza che la primavera che io ho tanto atteso brillerà presto anche per voi. E questa speranza mi dà la forza di affrontare serenamente la morte».

PIETRO BENEDETTI. Nel 1921 fu tra i fondatori del PCI di Atessa. Fu arrestato una prima volta nel 1925 mentre si recava in Francia come delegato dell'Abruzzo al III Congresso del partito a Lione e una seconda nel 1932. Nel 1933 si trasferì a Roma, dove aprì un laboratorio di ebanisteria e riprese l'attività antifascista clandestina. Dopo l'armistizio divenne commissario politico della prima zona, che comprendeva i quartieri Prati e Monte Mario. La sua bottega di ebanista si trasformò in un luogo di riunione di giovani antifascisti e divenne centro di smistamento della stampa clandestina.

Il 28 dicembre del '43 fu arrestato e condannato a 15 anni di reclusione, sentenza modificata in seguito nella pena capitale. Fu rinchiuso prima a Regina Coeli e poi in via Tasso. Fu ucciso alle Fosse Ardeatine il 29 aprile del 1944, fucilato da un plotone della Pai (Polizia Africa Italiana). Prima di morire aveva scritto ai figli una lettera nella quale, tra l'altro, affermava: «Una vita in schiavitù è meglio non viverla. Amate la madrepatria ma ricordate che la patria vera è il mondo e, ovunque vi sono vostri simili, quelli sono vostri fratelli...». GIACINTO PELLICCIOTTA. Il 17 ottobre del 1943 un soldato tedesco, dopo aver minato la stazione ferroviaria di San Luca di Atessa, entrò in casa dei Pellicciotta. Una giovane mamma era intenta a preparare, con quel po' che c'era nella madia, il mangiare per i suoi figli e suo marito.

Sentì un rumore, si girò, vide negli occhi del tedesco una preoccupante intenzione. Le urla della giovane donna richiamarono il marito, Giacinto, che era nei campi. Entrò in casa e con veemenza colpì alla testa il soldato, nacque un parapiglia e le urla richiamarono altri tedeschi.

Giacinto Pellicciotta, che voleva solo difendere la madre dei suoi figli, fu accerchiato e massacrato di botte. Malconcio riuscì a fuggire a quelle furie. Lo raggiunsero poco distante, sulla strada di Monte Marcone, fu raggiunto da tre colpi di fucile di cui l'ultimo a bruciapelo, quando già era riverso, nella polvere, morente.

NICOLA PALENA. Tornareccio dista da Atessa alcuni chilometri, lungo questa strada trovò la morte, il 12 novembre del 1943, Nicola Palena, ucciso dai soldati tedeschi che lo fecero saltare in aria insieme a un ponte.

Era trasportatore e albergatore Nicola Palena, attività che gli permetteva di conoscere persone e luoghi del circondario. Abitavano in piazza Oberdan, Palena. I soldati tedeschi andarono a casa, volevano sapere se in quell'albergo erano stati nascosti antifascisti o addirittura ebrei. Minarono l'edificio. Nicola cercò di disinnescare le bombe, ma non ci riuscì. Lo allontanarono, mentre lo torturavano per fargli confessare dove fossero gli alleati, sentì un boato, la sua casa era diventata solo macerie. Lo portano lungo la strada di Tornareccio e lo fucilarono, non paghi lo lasciarono morto su un ponte che fu fatto saltare, come la sua casa, come le sue cose. Tre storie, oggi appena tre fotogrammi.

Per gli atessani anziani essi sono custoditi per sempre in zone recondite del cuore e ricomposti in una sequenza fatta di rumori, distruzioni, sofferenze, lutti, fame, che svela il sacrificio di un'intera città durante la guerra: 30 morti civili, 461 fra feriti, invalidi e mutilati. Fra i danni materiali furono annoverati: 223 vani distrutti e 1200 danneggiati. Questa è storia.