Quei 200 cuochi al servizio di principi e ambasciatori

ROIO DEL SANGRO. Hanno servito re, imperatori, zar, principi, conti, ambasciatori e imprenditori. Un esempio recente? Filippo Di Renzo è stato cuoco di Gianni Agnelli. Prima di lui a Torino alla...
ROIO DEL SANGRO. Hanno servito re, imperatori, zar, principi, conti, ambasciatori e imprenditori. Un esempio recente? Filippo Di Renzo è stato cuoco di Gianni Agnelli. Prima di lui a Torino alla corte dell’Avvocato c’era stato Filippo Mario Liberatore. Nicolino D’Amico, invece, è stato cuoco della famiglia di Umberto Agnelli. A Carlos Andres Perez, presidente del Venezuela dal 1974 al 1979, ha cucinato Romano Coletta. Bruno De Lucia ha servito Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti, poi Giovanni di Borbone, padre di re Juan Carlos, e la regina Elisabetta; Adelco Marcovecchio, l’attore americano Henry Fonda, mentre Mario Rocco Colaizzo ha cucinato per il banchiere Enrico Cuccia. Per il principe Karim Aga Khan, a Parigi, sono stati ai fornelli Antonio Lannutti, Filippo Mario Liberatore e Giustino Pellegrini. Luchino Visconti, invece tra i cuochi roiesi ha avuto Giulio De Sanctis. Salvatore Di Carlo è stato lo chef di Nicola II Romanov, l’ultimo imperatore di Russia.
L’elenco sarebbe interminabile visto che i cuochi partiti da questa terra e approdati alla corte di personaggi famosi sono stati almeno duecento. Tant’è che all’ingresso del paese è stato eretto un monumento al cuoco, ideato da Armando Martinelli. Agli inizi del Novecento i maestri della cucina erano i francesi, poi la maestria degli chef d’Oltralpe è stata superata a pieni voti da quella italiana e sangrina in particolare.
Uno dei cuochi di spicco del paese e oggi in pensione è Filippo Coletta, 90 anni il prossimo luglio: è stato per due anni in casa di Edda Mussolini, in via Angelo Secchi, ai Parioli, a Roma. «Poi», racconta Coletta, «ho conosciuto Rachele Mussolini. Un giorno Edda mi disse: “Oggi viene mamma e ti insegna a fare le polpette”. “A me insegna le polpette?”, le risposi. E andò proprio così. Comunque iniziai questo lavoro a 13 anni, in via Lombardia a Roma, dal principe Boncompagni, che era governatore della città. Facevo il lavapiatti e la cuoca si chiamava Carmela. Non arrivavo alla vasca di marmo per quanto ero piccolo e dovevo mettere uno sgabello sotto i piedi per lavare i piatti. Poi sono stato dal principe Baldini e dai Borghesi. Erano gli anni Quaranta. A 25-26 anni», sottolinea Coletta, in attività fino a 77 anni, «ho cominciato a cucinare. Quindi il trasferimento a Firenze, dai Frescobaldi, che annualmente ospitavano il principe Carlo d’Inghilterra. Nel Dopoguerra sono stato in casa Mussolini, da Edda per due anni. Poi dal principe Borromeo, all’Isolabella, sul lago Maggiore. All’epoca prendevo 3.500 lire al mese. Ho cucinato anche a un pranzo per Totò che a un mio cameriere regalò 10mila lire di mancia».
Nicolino Coletta, invece, ha 63 anni: anche lui partì appena tredicenne per Roma come lavapiatti. Poi divenne assistente di cucina: era incaricato di pulire patate e carote. Si trovava nella ex Cecoslovacchia, a 18 anni, nell’ambasciata del Brasile, quando il Paese fu invaso dai carri armati sovietici. «Quell’ambasciatore era stato a Roma per 8 anni», racconta Nicolino Coletta, «e voleva un cuoco italiano». Ma Coletta è uno di quelli che per lavoro ha girato il mondo. «A Roma col principe Ruspoli, poi a Milano dall’imprenditore Campiglio, poi ancora a Roma all’hotel Vittoria, poi a Bruxelles, quindi ancora a Praga, nel 1969 a Londra, nell’ambasciata di Spagna e in quella d’Olanda, poi in Germania nell’ambasciata d’Italia, ancora a Londra nell’ambasciata del Belgio. Quindi a Caracas, in Venezuela, in un ristorante. Per un totale di 12 anni consecutivi all’estero». Altre parentesi in Italia, fino a oggi in cui è a Bologna da privati. «Facevamo e facciamo autentiche opere d’arte», commenta Coletta, «un mestiere che se ti prende, ti cambia la vita in tutti i sensi, ma che la cambia anche a chi ha bisogno di noi. Sì sì, rifarei questa scelta». (r.o.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

