«Quell’oro era di valore e patrimonio dei fedeli»
Orsogna, parla l’orafo Di Rico sugli ex voto di San Rocco venduti dal parroco «Spero che il buon senso riporti in paese una parte della sua storia e cultura»
ORSOGNA. «In questa triste storia di svendita di un tesoro di proprietà di una collettività intera, non abbiamo alcun dubbio che su quel Santo ci fossero monili di enorme valore, emozionale in primo luogo, umano, culturale, storico e religioso. Un patrimonio di ricordi, tradizioni, storia, che probabilmente è ora indossato dalla signora che siede in un bar con le amiche, sorseggiando un cocktail, ignara di essere in possesso di un pezzo di storia di vita rubata e passibile penalmente. Spero che il buon senso riporti ad Orsogna almeno i monili che i suoi artigiani e artisti, nei secoli, hanno creato per la gente e sulla gente di quel territorio così martoriato nella storia». È l’appello-pensiero di Nicola Di Rico, artista orafo contemporaneo di Orsogna, creatore di opere in oro e pietre preziose acquisite anche dalla Soprintendenza ai Beni culturali del Polo museale fiorentino di Palazzo Pitti e custodite nel Museo degli argenti. Di Rico interviene da esperto sulla vicenda dell’oro di San Rocco venduto dal parroco don Mario Persoglio per sistemare il tetto della chiesa di San Nicola e che è valsa una sorta di “rivoluzione” in paese tanto da portare alla nascita di un “Comitato per il recupero dell’oro dei donativi di San Rocco”. Poco più di un chilo e mezzo di quell’oro è stato venduto a un compro oro e i 18mila euro ottenuti in cambio, utilizzati per pagare le spese di rifacimento della chiesa.
«Un patrimonio inestimabile» riprende Di Rico, «fatto di gioielli umili appartenuti a un semplice popolo di solerti lavoratori: gli stessi, che nella speranza e nella fede, tante volte hanno donato al proprio Santo protettore ciò che di più prezioso possedevano in famiglia. Questa non si chiama idolatria, ma atto dimostrativo di fede, di un popolo, che in cima alla scala dei valori di più di 200 anni fa, aveva la fede nella propria divinità. L’adorazione del santo», secondo l’esperto, «col suo arricchimento di oggetti preziosi, non era la dimostrazione del potere idolatro, ma la rinuncia ad esso, la spoliazione di se stessi dai beni materiali più preziosi, la propria offerta di umiltà alla divinità adorata».
Secondo Di Rico «la preziosità di quei monili è tutta nella manifattura, nella genia, intelligenza ed equilibrio di gusto, semplicità e raffinatezza esecutiva, dei maestri orafi dell’epoca. Tutto ciò che di altissimo valore vi era su quella statua, era celato al di sotto dell’oro di modernariato, quello che si sarebbe potuto alienare, riferito agli anni 70/80/90 e 2000, sempre chiedendone le autorizzazioni. Patrimonio etnoantropologico, significa proprio questo: l’insieme che include conoscenza, credenze, arte, morale, diritto, costume e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società».
Di Rico fa parte del “Comitato per il recupero degli ex voto di San Rocco”: l’intento «è di far sì che siano riconosciuti dalla Sovraintendenza ai beni culturali i monili appartenenti agli ex voto, perché di inestimabile valore storico e culturale e quindi di ottenerne l’inibizione alla vendita e alla commercializzazione, conseguenza ne sarebbe l’eventuale, si spera, fortunato recupero. Chi fosse in possesso degli stessi», conclude Di Rico, «sarebbe denunciabile dalle autorità per possesso illegale di oggetti appartenenti al patrimonio etnoantropologico della città di Orsogna e del territorio a cui fa capo, ossia l’Abruzzo».
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