«Resistiamo, ma serve un piano di aiuti»

31 Marzo 2020

Il grido d’allarme dei commercianti costretti alla chiusura: zero incassi ma le spese non si fermano

CHIETI. Tutti pronti a resistere. Ma per quanto ancora non si sa e per qualcuno un altro mese di stop significherebbe la chiusura definitiva. Dopo quasi un mese di quarantena anti-coronavirus, il commercio teatino è allo stremo e il fattore tempo diventa fondamentale. I commercianti sono concordi nell’affermare che un mese di chiusura si può anche recuperare. Di più diventa complicato se non impossibile.
«Il primo mese si riesce a sopravvivere. L’incubo è dopo». Laura Molinario, modenese innamorata di Chieti, titolare del centro estetico Mimè alla Colonnetta insieme alla socia Giorgia Mancinelli, teme proprio la durata della chiusura forzata. E dire che era tutto pronto per festeggiare il primo anno del centro estetico: «Il 7 aprile avremmo fatto una grande festa», dicono le titolari, «anche per ringraziare la città che ci ha accolto molto bene e la clientela con la quale comunque siamo in contatto. Ci limitiamo a dare consigli per i trattamenti da fare a casa visto che non possiamo andare dai nostri clienti e sconsigliamo a tutti, soprattutto in questo momento, di affidarsi ai non professionisti a domicilio: è vietato ed è anche pericoloso».
Anche Ilenia Barbetta, che in via Pescara gestisce il negozio di accessori e abbigliamento Kiki, non ha interrotto il contatto con la sua clientela, soprattutto quella più fidelizzata. «Con molti dei miei clienti continuo a sentirmi», dice, «in tanti mi hanno chiamato anche solo per sapere se stavo bene. E così ho fatto anche io. Stessa cosa con i fornitori, che ho sentito sia per accertarmi che andasse tutto ok, sia per mettere a punto una strategia comune su come affrontare questa crisi. La verità è però che noi commercianti, come tutte le partite Iva, siamo rimasti scoperti».
Danilo D’Urbano gestisce due bar, il Gran Caffè D’Urbano in viale Croce e il bar dell’università d’Annunzio, e una sala slot: in tutto dà lavoro a venti dipendenti, senza contare gli stagionali, ed è a loro che adesso sta pensando. «Ho attivato tutte le procedure per la sospensione dei mutui e soprattutto per la cassa integrazione in deroga e per l’accesso al fondo salariale per i miei lavoratori», dice, «la speranza è che l’erogazione dei contributi possa avvenire in maniera rapida». D’Urbano teme anche il contraccolpo a livello commerciale dopo la riapertura: «Anche dopo che avremo potuto riprendere le nostre attività», spiega, «non credo che torneremo a lavorare come prima. Bisognerebbe pensare a misure ad hoc anche per sostenere la ripartenza, che credo non sarà facile».
«Noi siamo state le prime a chiudere», dice Cristina Pizzirani, che con la socia Marzia Ciarciaglini gestisce il negozio di abbigliamento Chicca Store in viale Abruzzo, «abbiamo deciso di fermarci prima delle imposizioni del governo avvertendo da subito il pericolo. Abbiamo continuato soltanto a lavorare on-line, affidandoci alle Poste per le consegne. Ma anche questo settore è in difficoltà, visto che la gente ha paura e preferisce rimandare tutto a quando sarà passato il periodo del virus. Servono aiuti ad hoc e non basta una sospensione dei pagamenti, se poi ce li ritroviamo tutti addosso all’improvviso. Le nostre attività sono state fermate perché non necessarie alla sopravvivenza. E questo è vero, ciò nonostante per noi e le nostre famiglie è proprio questione di sopravvivenza».
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