Resta in carcere il rapinatore dell’autobus

6 Agosto 2019

Il gip: l’indagato non ha capacità di autocontrollo, può tornare a colpire perché ha bisogno di soldi

CHIETI. Resta in carcere Antonio De Luca, il teatino di 21 anni arrestato venerdì scorso dai carabinieri dopo aver rapinato sull’autobus un ragazzino di 14 anni. La decisione è stata presa ieri mattina dal giudice Luca De Ninis dopo che l’indagato, assistito dall’avvocato Mattia Di Gregorio, si è avvalso della facoltà di non rispondere. De Luca è finito in manette per aver derubato di una collana d’oro uno studente che, insieme a un amico di due anni più grande, si trovava sull’autobus della linea 1 e stava tornando a casa: lo ha stretto al collo arraffando il bottino e poi fuggendo su via Maiella. I due minorenni sono riusciti a scendere dal pullman, ad allertare il 112 e a inseguire il rapinatore, senza mai perderlo di vista. Qualche minuto dopo, il 21enne è stato bloccato dai militari del nucleo operativo e radiomobile di Chieti, al comando della tenente Maria Di Lena, tempestivamente intervenuti sul posto. De Luca aveva nascosto la catenina in una tasca e il relativo ciondolo a forma di crocifisso nell’altra.
Durante l’udienza di convalida, il giovane ha ammesso di aver avuto, in passato, problemi di droga dopo il licenziamento dallo stabilimento in cui lavorava come meccanico. Al tempo stesso, però, ha dichiarato di aver interrotto il consumo di stupefacenti. «Gli elementi acquisiti», scrive nell’ordinanza il gip De Ninis, «dimostrano un concreto e attuale pericolo di reiterazione del reato. La condotta contestata infatti, nonostante le dichiarazioni dell’arrestato sulla presunta interruzione dell’uso di droghe, appare chiaramente connotata dalla ricerca spasmodica di risorse economiche destinate all’acquisto di droga, in una climax che parte dall’allontanamento dalla casa familiare per condotte di maltrattamenti (presumibilmente anch’esse fondate sul bisogno di denaro), al trasferimento dall’abitazione del nonno paterno e quella della nonna materna, alla lite con la stessa nonna materna che ha preceduto di due ore l’episodio illecito che ha condotto all’arresto». Secondo il giudice, dunque, il carcere è l’unico modo adeguato «a fronteggiare il pericolo di recidiva indicato, alla luce della sua dimostrata incapacità di autocontrollo presumibilmente causata dalla condizione di tossicodipendenza». (g.let.)