«Ricicla i soldi del narcotraffico» Sequestrati bar, negozi e sale slot

9 Novembre 2022

Scatta la misura di prevenzione nei confronti del boss albanese che faceva affari con la ’ndrangheta Sigilli nei locali del clan a Vasto e San Salvo: «Erano solo attività di facciata per ripulire il denaro»

VASTO. Scattano i sigilli per il tesoro di Dritan Mici, 48 anni, il boss albanese che viveva a San Salvo, trafficava cocaina ed eroina nel Vastese e faceva affari con la ’ndrangheta. Il blitz dei carabinieri del nucleo investigativo di Chieti e del nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza è scattato all’alba di ieri: tra San Salvo e Vasto, sono stati sequestrati quattro bar, un autosalone, una sala scommesse, video lottery e slot machine e un negozio di ortofrutta gestiti da nove società, tre terreni agricoli e più di dieci automobili. Il provvedimento è stato firmato dal Tribunale dell’Aquila su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. La misura di prevenzione è stata emessa nell’ambito della maxi inchiesta che, nello scorso gennaio, era sfociata in venti arresti e cinque denunce per una sfilza di reati con l’aggravante del metodo mafioso: dall’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti all’estorsione, dalle lesioni personali al porto abusivo in luogo pubblico di arma clandestina per aver sparato persino contro i cartelli stradali.
IL DECRETO
«Le indagini di polizia giudiziaria», è scritto nel decreto del presidente Alessandra Ilari e dei giudici Monica Croci e Tommaso Pistone, «restituiscono una evidente sproporzione tra i beni dei quali Mici risulta poter disporre (società, immobili e veicoli), direttamente e indirettamente, e la capacità reddituale effettivamente dichiarata. Le attività investigative hanno consentito di acquisire informazioni relativamente alla gestione di numerose attività commerciali, spesso intestate a dei prestanome, ma di fatto gestite da Mici, formalmente lecite ma che hanno trovato e trovano tuttora finanziamento dai rilevanti introiti economici provenienti dal traffico e spaccio di sostanze stupefacenti. È stata accertata la penetrazione, da parte del gruppo criminale da lui capeggiato, in svariati settori commerciali che, in virtù della loro natura, consentono un’elevata circolazione di contanti e quindi ben si prestano alle operazioni di riciclaggio di denaro».
LE INDAGINI
Gli investigatori hanno analizzato conti bancari e postali e contratti economici riconducibili a Mici ed è balzata all’occhio «l’incoerenza delle movimentazioni rispetto a quella che dovrebbe essere una regolare attività d’impresa. Non si rilevano, infatti, costi sostenuti per acquisti necessari all’ordinaria operatività di un’azienda». Più nel dettaglio, sempre secondo l’accusa, esaminando i conti correnti intestati alle società, sono venuti fuori solo il pagamento di canoni di locazione e bonifici nei confronti dei familiari e verso la Germania. «Anche le dichiarazioni presentate dalle varie società», sostengono i giudici, «denotano come le stesse fossero solo di facciata, indispensabili per riciclare il denaro proveniente dalle attività delittuose».
I SIGILLI
A San Salvo sono stati sequestrati il bar Blu Marine III e sala slot di via Grasceta, la concessionaria Autosalon di via Adige, il negozio “Mondial Frutta” di via Istonia; a Vasto, invece, i sigilli sono scattati al bar Blu Marine e sala slot di in viale Dalmazia, al Blu Marine IV e sala slot di corso Mazzini e al bar 167 e sala slot in via Silone.
MICI TORNA IN CELLA
L’operazione è scattata nello stesso giorno in cui la Cassazione, accogliendo la richiesta dei magistrati aquilani, ha revocato a Mici gli arresti domiciliari. L’albanese, che si trovava in provincia di Milano, adesso tornerà in carcere. Il difensore, l’avvocato Fiorenzo Cieri, si prepara all’udienza, fissata a gennaio, nella quale sarà discussa la misura di prevenzione adottata nei confronti di Mici. «Contesteremo i sequestri», anticipa il legale, «perché sono stati tolti beni a persone che non c’entrano nulla». La direzione distrettuale antimafia ha chiesto anche di applicare all’albanese la sorveglianza speciale, con obbligo di soggiorno nel comune di residenza, «in quanto soggetto pericoloso».
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