Rifiuti gettati tra le case «Viviamo nel degrado»

Viaggio con i residenti di via Penne nel Sir di Chieti Scalo tra abbandono e incuria «Abbiamo paura per la contaminazione dei terreni, ora basta perdere tempo»
CHIETI. «Questa è la pattumiera abusiva di Chieti. Viviamo qui da sempre e da sempre siamo costretti a sopportare il degrado: negli anni Ottanta arrivavano camion a scaricare i rifiuti in mezzo ai terreni e abbiamo dovuto fare le barricate per fermarli. E, adesso, non sappiamo cosa c’è sottoterra». Fabio Saraullo abita in via Penne, nel mezzo del Sir di Chieti Scalo, tra l’inquinamento che si vede, cioè i mucchi di rifiuti gettati vicino al fiume Pescara, e la contaminazione che non si vede, quella ancora più pericolosa che avvelena la falda, i terreni e il fiume. Saraullo e gli altri residenti della zona hanno fondato un comitato spontaneo, Insieme per via Penne: «Sappiamo che non esiste la bacchetta magica ma vogliamo che cambi qualcosa», dice il residente, «purtroppo, sembra che ogni volta si ricominci sempre tutto da capo».
Dal 2008 qui è vietato coltivare i campi, usare l’acqua dei pozzi, pascolare, movimentare i terreni. Lo prevede un’ordinanza ancora in vigore dell’allora sindaco Francesco Ricci che riguarda l’area che si estende fino a un chilometro dell’ex conceria Cap. «Ma non c’è un cartello», dice Saraullo, «e il Comune ci ha notificato l’ordinanza del 2008 soltanto nel 2014. Noi paghiamo l’Imu agricola per i nostri terreni ma non possiamo coltivarli a causa dell’inquinamento provocato da altri». I residenti di via Penne sono una presenza fissa nelle conferenze dei servizi dedicate al Sir di Chieti Scalo come dimostrano i verbali delle riunioni: «Noi partecipiamo sempre, invece, enti come la Regione Abruzzo e la Asl di Chieti non partecipano mai».
L’ex conceria, chiusa da decenni, continua a fare paura: le ultime analisi nei terreni della Mantini confinanti con l’ex conceria hanno scoperto valori «anomali» con presenza di sostanze tossiche provenienti dall’«esterno». E cioè dall’ex Cap, circondata da un recinto di lamiere che si staccano ogni volta che c’è vento e finiscono in mezzo alla strada.
Veleni sottoterra e anche paura di respirare aria inquinata: «Nel 2013 l’Arta fece un monitoraggio dell’aria per un mese e furono accertati valori negativi». L’Arta scoprì picchi di toluene, soprattutto di notte. «L’Arta concluse che ci sarebbe stato bisogno di ripetere i controlli ma stiamo ancora aspettando», dice Saraullo, «la corrente elettrica per la centralina la pagammo noi residenti attraverso una colletta, quasi 500 euro».
I nodi irrisolti di via Penne non sono un mistero per nessuno. Soprattutto in Comune. Giovanni Cellini, nato e cresciuto in via Penne, indica una fogna a cielo aperto accanto al recinto di una casa: «Mostrai questo canale all’attuale sindaco Umberto Di Primio quando era il vice di Nicola Cucullo ma sta ancora così con i liquami che passano sotto una casa e finiscono nel fiume».
«Questa zona potrebbe essere un parco e invece è una discarica», dicono Gabriella Alleva e il marito Giuseppe Zappacosta passeggiando accanto ai cumuli di rifiuti abbandonati: ecco l’insegna di un fornaio, un sacco con dentro lana di vetro, pezzi di asfalto, pneumatici, secchi di vernice, sanitari, inerti, bottiglie di vetro, lastre di eternit. «Basterebbe qualche telecamera per frenare gli incivili».
In via Penne, la fognatura non copre tutta la strada: «Prima il Comune ci garantiva due spurghi dei pozzi neri all’anno ma con il passaggio all’Aca non abbiamo più questo servizio», dicono Saraullo e Fernando Luviner, «dobbiamo rivolgerci ai privati a pagamento. Servirebbero più controlli anche sulla conduttura dell’acqua potabile: qui i tubi finiscono, non ci sono valvole di sfogo e la sporcizia si accumula e finisce nelle nostre case».

