Risiede all’estero, niente assistenza medica

5 Settembre 2014

GUARDIAGRELE. Niente assistenza medica per il cittadino italiano che risiede all’estero, anche se in Italia è contribuente in quanto titolare di rapporti col fisco e gli enti locali per via di...

GUARDIAGRELE. Niente assistenza medica per il cittadino italiano che risiede all’estero, anche se in Italia è contribuente in quanto titolare di rapporti col fisco e gli enti locali per via di immobili di proprietà. È quello che si è sentito rispondere il fotografo professionista italoamericano ma di nascita italiana e origini guardiesi Luciano Borsari allo sportello del Distretto sanitario di base all’ospedale Santissima Immacolata.

«Sono rimasto sconcertato», racconta Borsari al Centro, «quando l’addetta mi ha risposto che non potevo ricevere i servigi di un medico di base né acquistare medicinali col ticket, per il semplice motivo che, ancorché cittadino anche italiano, non ho la residenza in Italia». Il caso del fotografo tra le firme dell’agenzia E-Zuma di San Diego, California, rischia di mettere a nudo una carenza che piove come una doccia fredda su quegli emigranti che decidono di trascorrere sporadicamente alcuni mesi nel loro paese di origine.

La vicenda diventa ancora più singolare se si tiene conto che il fotoreporter cresciuto tra Guardiagrele e Chieti si era aggiudicato il viaggio che lo ha portato in Abruzzo alcune settimane fa proprio grazie alla Fondazione Dean Martin, che negli States si occupa di rinsaldare i vincoli a rischio di spezzarsi tra l'Italia e gli emigranti italiani o loro discendenti.

«Il diritto alla mutua e alle medicine», constata Borsari, fotogiornalista sportivo tra i più noti in Nordamerica e Venezuela, «l’Italia lo riserva per esempio agli immigrati stranieri, ai quali va ovviamente il mio rispetto. Ma non capisco perché si faccia valere il cavillo della residenza. Con ironia», racconta, «ho risposto all'impiegata che per acquisire questo diritto sarebbe per me sufficiente approdare sulla costa a bordo di una zattera o un gommone. Ma, a parte ogni battuta», prosegue, «non ritengo giusto che si tratti in questo modo noi emigranti, costretti per necessità a ricostruirci una vita lontano dall’Italia, alla quale poi abbiamo anche contribuito con le rimesse dall’estero a favore dei familiari rimasti in patria, finiti spesso in miseria in epoche come il dopoguerra e gli anni Cinquanta».

Francesco Blasi

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