Rivolta nel centro migranti, tutti assolti

12 Febbraio 2019

Ospite insiste per fumare in una stanza e per protesta tenta con altri di abbattere la porta di un ufficio: non fu violenza privata

CHIETI. Si chiude con una sentenza di assoluzione il processo su una rivolta scoppiata nel centro di accoglienza per immigrati di Pretoro. Il giudice monocratico del tribunale di Chieti, Andrea Di Berardino, ha assolto perché «il fatto non sussiste» 5 giovani bengalesi: la procura li accusava di violenza privata per aver tentato di abbattere la porta dell’ufficio in cui si trovavano gli addetti della struttura, «impedendo loro di uscire». A scatenare tutto - in base ai racconti fatti dai testimoni nell’immediatezza dell’episodio - fu uno dei migranti: andò su tutte le furie, trascinandosi dietro gli altri ospiti, quando gli dissero che in camera da letto era vietato fumare.
I fatti risalgono al 5 ottobre del 2016. Stando alla tesi dell’accusa, quel giorno un operatore in servizio nel centro si accorge che all’interno della stanza di Oziullah Polas, bengalese di 22 anni, solo un letto è occupato. Tutti si rifiutano di dormire con lui per il forte odore di fumo che c’è nell’ambiente. A quel punto l’addetto lo richiama, invitandolo a lasciare quella stanza per sistemarsi in un’altra camera al piano inferiore, più adeguata alle sue esigenze di fumatore considerando che sarebbe stato anche da solo. All’inizio, Polas sembra essere d’accordo al cambio di stanza. Poi, però, ci ripensa e raggiunge in ufficio l’operatore chiedendo spiegazioni. Quest’ultimo gli risponde che, a distanza di poco tempo, sarebbe arrivato il titolare della struttura e avrebbe potuto affrontare il problema direttamente con lui. Passano altri 5 minuti e Polas torna alla carica. Ma stavolta non è solo: con lui ci sono altri immigrati, «una ventina» secondo alcuni testimoni. Tra questi ci sarebbero Islam Rafiqul, 28 anni, Ahmed Faysal (26), Siraj Raju (23) e Abdulwahab Rajhan. Polas inizia a gridare verso il responsabile: «Tu non puoi comandarmi». A quel punto l’operatore, che si trova nell’ufficio insieme a due psicologhe, decide di barricarsi dentro mettendo una scrivania davanti alla porta. I violenti provano a sfondarla, costringendo i tre addetti a restare rinchiusi nell’ufficio. L’intervento di altri ospiti risulta decisivo perché riescono a calmare il gruppo guidato da Polas. Nel frattempo, era già partita la chiamata al 112. Fin qui la ricostruzione dell’accusa. Ieri l’operatore è stato ascoltato in aula e ha sottolineato di aver sentito solo le voci dei «rivoltosi» e di non averli visti in faccia. Inoltre ha specificato che lui e le due psicologhe non sono stati costretti a «rifugiarsi» nell’ufficio, come contestato nel capo di imputazione, ma bensì si trovavano già all’interno quando il gruppo di migranti si è avvicinato. La procura ha chiesto la condanna dei 5 bengalesi a 9 mesi di reclusione ciascuno. Ma il giudice li ha assolti con la formula più ampia.
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