Ruba la card di Sky sequestrata: finanziere condannato e rimosso

17 Luglio 2024

L’appuntato confessa: ho preso la tessera per vedere i canali satellitari requisita in un circolo privato I giudici del Tar: sanzione disciplinare legittima, è stata una grave violazione degli obblighi di servizio

CHIETI. Ha rubato una smart card di Sky sequestrata dai colleghi in un circolo privato e custodita in caserma. È l’accusa per cui un appuntato della Guardia di Finanza, William Alfonsi, 50 anni, originario di Roma, all’epoca dei fatti in servizio di piantone a Chieti, è stato condannato in via definitiva a tre anni di reclusione e sanzionato dal Comando interregionale dell’Italia centrale con «la perdita del grado per rimozione». Il provvedimento adottato dai vertici delle fiamme gialle, di fatto un “licenziamento”, è stato ritenuto pienamente legittimo dai giudici amministrativi, tant’è che il Tar del Lazio ha di recente respinto il ricorso presentato dall’ormai ex finanziere.
IL SEQUESTRO
Tutto è iniziato il 24 novembre 2013, quando il Nucleo mobile della compagnia di Chieti, nel corso di un’operazione in un circolo privato, ha ravvisato violazioni penali e sequestrato un decoder “My Sky hd” con relativa smart card e una digital key. Tornati in caserma, essendo chiuso l’ufficio reperti, i militari hanno riposto il materiale requisito all’interno dell’ufficio del Nucleo mobile che, al termine delle operazioni, è stato chiuso a chiave. Il mattino seguente, le fiamme gialle che avevano partecipato all’operazione non hanno trovato più la card.
LA CONFESSIONE
Il 10 gennaio, l’appuntato Alfonsi ha dichiarato testualmente: «Durante il turno 20/08, alle ore 00.30 circa, mi recavo negli uffici del Nucleo mobile per poter compilare la domanda di licenza in quanto avevo tutti i file nel computer di quella articolazione. Compilata la domanda di licenza, mentre stavo per andarmene, presi da una delle scrivanie la tessera per la visione di canali satellitari che era stata sequestrata dai colleghi. Dopo qualche minuto, mentre stavo facendo un giro di controllo per la caserma, mi resi conto di ciò che avevo fatto e, non potendo rimettere la scheda al suo posto in quanto avevo chiuso la porta dell’ufficio e non avevo le chiavi con me per poterlo riaprire, allora decisi di poggiarla sopra la macchina di servizio che i colleghi avevano utilizzato per fare il turno quella sera, anche perché preso dal panico e non a pensare a come poter rimediare al guaio che avevo fatto».
LA CONDANNA
È stato lo stesso comandante della compagnia teatina a comunicare l’accaduto alla procura. La sentenza di condanna a tre anni di reclusione e 206 euro di multa per furto aggravato, pronunciata dal tribunale di Chieti, è stata confermata prima dalla Corte d’appello dell’Aquila e, successivamente, dalla Cassazione.
LA SANZIONE DISCIPLINARE
«Il comandante interregionale dell’Italia centrale della Guardia di Finanza», si legge sulla recente sentenza del Tribunale amministrativo regionale, «nel rilevare che la responsabilità del militare era stata ampiamente provata nell’ambito dei tre gradi di giudizio e che la condotta posta in essere ha denotato un’assoluta incompatibilità con lo status di militare, osservava che il ricorrente ha arrecato gravissimo nocumento all’immagine e al prestigio della Guardia di Finanza dinanzi all’autorità giudiziaria, investita di una incresciosa vicenda, dalla quale è scaturito un procedimento penale, conclusosi con una condanna a tre anni di reclusione». E ancora: «Non è ammissibile che l’amministrazione annoveri quale appartenente alla Guardia di Finanza un militare che: abbia posto in essere comportamenti lesivi dei principi, costituzionalmente garantiti, del buon andamento e della imparzialità della pubblica amministrazione; si trovi ristretto in un carcere militare a seguito del cumulo di due condanne (per un totale di 4 anni e 6 mesi di reclusione) inflittegli nell’ambito di due distinte vicende penali che lo hanno visto coinvolto per gravi delitti quali il furto e il falso in atto pubblico».
«EPISODIO GRAVE»
Per i vertici delle fiamme gialle, dunque, Alfonsi è «venuto meno ai superiori doveri di fedeltà, lealtà e rettitudine che, assunti con il giuramento, debbono contraddistinguere l’operato degli appartenenti al Corpo più di ogni altro soggetto e che dovevano, quindi, costituire patrimonio primario e indefettibile dell’interessato». In ultimo, «al momento dei fatti», l’appuntato «era senza dubbio in grado di percepire il disvalore del proprio agire, anche alla luce dei 20 anni di servizio svolti nel Corpo». Per questi motivi, Alfonsi è stato sanzionato con «la perdita del grado per rimozione, con conseguente iscrizione d’ufficio nel ruolo dei militari di truppa dell’Esercito italiano, senza alcun grado, a decorrere dal 24 giugno 2015 (data di adozione della sospensione precauzionale dall’impiego)».
LA SENTENZA DEL TAR
Secondo la quarta sezione del Tar del Lazio (presidente Roberto Politi, consigliere Angelo Fanizza e referendario Giuseppe Grauso), a ragione «la condotta del ricorrente è stata ritenuta integrare una grave violazione degli obblighi di servizio, oltre che lesiva del prestigio del Corpo della Guardia di Finanza e tale da incrinare il rapporto di fiducia che deve necessariamente sussistere per il proficuo svolgimento dei compiti istituzionali».