Casalbordino

Sabino Esplodenti, Acerbo: «E ora la Regione non rilasci più permessi»

10 Luglio 2026

Il segretario di Rifondazione: «Denunciammo i pericoli del sito in Parlamento». La Uil: «Non è fatalità, bisogna investire in prevenzione prima dei drammi»

CASALBORDINO. «In quello stabilimento, indipendentemente dalla ragione sociale, si contano 7 lavoratori deceduti in 6 anni. Un numero che non ha eguali in Italia e che rende impossibile liquidare questi eventi come semplici fatalità». Il segretario regionale Uil Michele Lombardo e Valerio Camplone, componente della segreteria regionale, guardano indietro, alle tre esplosioni che, in un pugno di anni, hanno seminato morte alla ex Sabino Esplodenti di Casalbordino, passata nel frattempo in mani turche. «Negli ultimi mesi», dicono, «il sito produttivo Sabino Esplodenti, già noto per essere stato scenario di infortuni mortali, è passato sotto la proprietà di Arca Defence Italy, società appartenente a un gruppo multinazionale turco. Con l’arrivo di questa nuova società, ad ottobre 2025, si annunciavano circa 100 milioni di investimenti per il rilancio dell’attività produttiva, assicurando», dicono Lombardo e Camplone, «maggiore sicurezza nello stabilimento ed un cambio dell’attività lavorativa principale, garantendo un minor rischio di esposizione per la sicurezza dei lavoratori. Nell’ambito degli investimenti, la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori avrebbe dovuto essere la priorità assoluta sin dal primo giorno. Investire nella prevenzione non può essere una conseguenza delle tragedie, ma deve essere il presupposto di qualsiasi progetto industriale». L’obiettivo della Uil resta sempre lo stesso: «Zero morti sul lavoro».

Sul fronte sindacale, l’Usb annuncia uno sciopero «di tutti i lavoratori privati» per lunedì prossimo (ore 10) con un sit-in davanti alla fabbrica di Casalbordino, diventata teatro di morte sul lavoro: «È intollerabile», dice il sindacato, «la complicità di un sistema che punta al riarmo, infischiandosene dei lavoratori e del territorio, non sarà mai accettata da chi come l’Usb si batte per il reato di omicidio sul lavoro e contro l’economia di riarmo. Una proposta di legge di iniziativa popolare, da noi promossa per introdurre tale reato, giace in qualche cassetto del Parlamento, mentre continua la mattanza».

L’Ugl provinciale di Chieti chiede che «venga fatta piena luce sulla dinamica dell’accaduto e siano accertate con la massima rapidità tutte le eventuali responsabilità. La sicurezza sul lavoro», afferma Giuseppe Saraceni, «deve rappresentare una priorità assoluta e non può mai essere considerata un aspetto secondario». Il sindacato condanna «con fermezza l’ennesimo grave episodio che, ancora una volta, porta con sé un pesante bilancio di vite umane» e richiama l’attenzione «sulla necessità di garantire i più elevati standard di sicurezza nei luoghi di lavoro. E continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi della vicenda, ribadendo il proprio impegno nella tutela della salute, della sicurezza e della dignità di tutti i lavoratori».

Il segretario nazionale di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo chiede di «chiudere le fabbriche della morte. Dopo il primo incidente, costato tre vittime, io e Augusto De Sanctis denunciammo le inadempienze di prefettura e autorità competenti relative a uno stabilimento ad alto rischio che rientra nella Direttiva Seveso. Seguì una nuova esplosione con altre tre vittime». Acerbo prosegue: «Ora, la multinazionale turca ha chiesto al comitato Via della Regione Abruzzo il nulla osta per produrre proiettili esplosivi. La Regione non rilasci questa autorizzazione», dice Acerbo, «e i poteri pubblici si attivino per la chiusura definitiva di questa fabbrica di morte legata al ciclo militare e che mi sembra sia stata protetta da servizi segreti e apparati dello stato. Nel 1999, l’allora proprietario e direttore tecnico patteggiarono per aver detenuto illegalmente dieci tonnellate di esplosivo T4. In quegli anni, Rifondazione comunista, con l’allora deputato Antonio Saia, presentò un’interrogazione parlamentare su esplosivi partiti dai porti abruzzesi con destinazione Medio Oriente ed ex Jugoslavia. Sarebbe ora di liberare il territorio da una presenza così pericolosa e che si offrano alle maestranze alternative occupazionali».

Anche Sinistra italiana lancia un appello: «Chiediamo alla Regione e alle istituzioni competenti», dice il segretario regionale Daniele Licheri, «una mappatura pubblica e aggiornata di tutti gli impianti del comparto esplosivi e pirotecnico attivi in Abruzzo, con il relativo storico di incidenti; trasparenza sull’oggetto sociale e sui piani industriali delle aziende del settore; il rafforzamento degli organismi competenti (compresi i Vigili del Fuoco), con più organico e risorse dedicate al controllo di questi impianti; un’indagine indipendente sulle cause organizzative, e non solo individuali, delle esplosioni ripetute; l’istituzione di un registro regionale dei siti ad alto rischio recidivo del comparto, soggetti a verifica straordinaria prima di ogni ripresa dell'attività. Lavoratrici e lavoratori non sono numeri, e nessuna produzione, militare o pirotecnica che sia, può valere più della loro vita. In trent’anni l’Abruzzo ha pianto abbastanza morti in questo settore: ora servono risposte strutturali, non condoglianze di circostanza».

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