«Salvatore, esempio di coraggio per tutti noi»

Don Roberto, nella chiesa gremita , ricorda la bontà del 44enne scomparso D’Argento rimase paralizzato 26 anni fa dopo l’incidente in una gara di judo
CHIETI. «E’ stato un esempio per tutti, con la sua vita e il suo essere cristiano. Lui, prigioniero di quel letto, è riuscito ad andare oltre quella stanza e le mura di questa città». Questo il ricordo di don Roberto Miccoli, parroco di Madonna degli Angeli, di Salvatore D’Argento, morto a 44 anni a seguito di un ictus che lo ha colpito nella notte tra mercoledì e giovedì scorsa. Più di metà della sua vita Salvatore l’aveva passata immobilizzato a letto. Attaccato a un respiratore artificiale da quando, a 18 anni, aveva avuto un grave incidente durante un torneo di judo che stava disputando al Palatricalle. Ieri pomeriggio in una strapiena chiesa di San Francesco di Paola si sono svolti i funerali. Tra la folla spiccavano le divise azzurre della Misericordia, con i ragazzi che hanno sempre assistito Salvatore, anche nel viaggio a Roma per incontrare Papa Francesco. Insieme a loro anche il dottor Achille Cavallo, che aveva in cura il paziente. Il funerale è stato un momento di dolore, ma anche una testimonianza della grandezza di una persona come Salvatore. Prigioniero di un letto, ma libero nella mente e nello spirito e proprio per questo in grado di dare molto agli altri. «Magari la prima volta siete andati a trovarlo perché sembrava un gesto alto», ha detto don Roberto «ma poi avete capito che siete usciti arricchiti da quell’incontro. Perché Salvatore aveva il coraggio di comunicare quella forza straordinaria di cui era dotato». Seduta in prima fila, sorretta dall’affetto di molti, c’era la madre Maria. E in tanti si sono soffermati a riflettere sulla coincidenza di quei due nomi, Salvatore e Maria. «Nomina sunt omina», ha detto alla fine della celebrazione il cugino di Salvatore, Aurelio Carlone, incaricato dalla famiglia di ringraziare i tanti che hanno portato testimonianze d’affetto nel momento del dolore. La frase, tradotta dal latino, vuol dire che nei nomi è già scritto il proprio destino. E così, nelle parole del parroco don Franco Mancini, la stanza di Salvatore era come «una cappella», e lui, con il suo esempio, ne deve aver «salvate» molte di persone. Mentre «Maria ha fatto Maria», stando accanto a suo figlio, come la Madonna accanto a Cristo. Il rito si è concluso con la lettera degli amici Federica Iacovone, Matteo Caramanico e Valentina Balistri: «Brillante, intelligente, sensibile, ironico, autoironico, testardo e determinato, conoscerti è stato un dono». Oltre a don Roberto e al parroco don Franco, a celebrare il funerale c’era anche padre Lorenzo Polidoro, fratello del giornalista Guido Polidoro a cui l’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo ha intitolato un premio che proprio ieri pomeriggio celebrava la sua giornata più importante.

