San Giovanni, i fuochi contro la paura

26 Giugno 2018

ROCCAMONTEPIANO. La festa di San Giovanni non è la classica festa patronale ma è molto sentita dalla comunità nonostante la riedizione del culto dei fuochi di San Giovanni decisa dal Comune nel 2001....

ROCCAMONTEPIANO. La festa di San Giovanni non è la classica festa patronale ma è molto sentita dalla comunità nonostante la riedizione del culto dei fuochi di San Giovanni decisa dal Comune nel 2001.
Fermo restando la data del 23 giugno con i falò a rendere magica l’atmosfera, i balli con la musica abruzzese e la degustazione de “lu cumberzane”, il pasto della mietitura, la Pro Loco riesce nell’organizzazione della festività con costi non troppo elevati. A ciò, si aggiungono la competizione per la conquista del “palio” e la celebrazione religiosa in memoria delle vittime della frana che il 24 giugno 1765 distrusse la Grava, il sito dove sorgeva il paese. Ma San Giovanni, oltre a rappresentare la cosiddetta “ultima notte del paese”, è un momento importante dai molteplici significati.
«Il rito serve ancora oggi per stemperare la paura del cambiamento, anche tragico, che la vita ci riserva», commenta il sindaco Adamo Carulli. «Attraversare una notte carica di energie in cui si accenderanno anche i fuochi significa scacciare i demoni, le streghe e il male in generale; significa anche godersi la vita, la gioventù, rinnovare amicizia, rispetto e provare la gioia dello stare insieme».
Onorare oggi questa festività evidenzia come l’uomo subisca il fascino degli elementi primordiali e avverte l’esigenza di celebrarli con musiche, danze e giochi.
San Giovanni è l’occasione per chiedere aiuto e protezione, poiché a seguito della distruzione del paese sorsero numerose leggende e tutte riconducono a quell’immane fine che costò la vita ad un esiguo numero di persone. La comunità roccolana, dunque, ritrova nel dolore e nell’angoscia la propria identità.
«Sono convinto che gran parte dell’essere roccolano affonda le proprie radici nel trauma di quell’evento», spiega il primo cittadino, «ma è anche grazie a quella precarietà temporale che tutti seppero ricominciare e riuscirono a ricostruire ciò che oggi è la Roccamontepiano che oggi vediamo e viviamo». (a.f.)
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