San Giustino-New York Le 29 imprese di Cantera

Iniziò con il rugby in una squadra di Chieti-Pescara, poi la passione per la corsa E Vittoriano, a quasi 67 anni, non si ferma: «Nel cuore porto sempre mia moglie»
CHIETI. «Sei di Chieti ? Allora conosci Vittoriano Cantera». È capitato tante volte. Capiterà ancora incontrando i “compagni di strada” di tutta Italia per i quali il nome di Vittoriano è diventato negli anni uno dei punti di riferimento in senso assoluto. Un mondo trasversale, quello dei runners, che rappresenta lo sport più antico e democratico, un mondo che, animato da caparbietà e passione, attraversa le città in scarpette e maglietta. Nelle prime ore del mattino oppure di sera spendendo con un senso di liberazione gli ultimi spiccioli di una giornata piena di impegni e rincorrendo, magari, il classico sogno americano, ossia quello di partecipare, un giorno, alla mitica Maratona di New York. Si comincia dalla palla ovale.
VITTORIANO VA DI CORSA. Sta curando i dettagli organizzativi della sua 29ª spedizione americana, dove il prossimo 4 novembre porterà alla partenza sul Ponte di Verrazzano ben 37 atleti, buona parte dei quali appartenenti al gruppo Podisti Frentani. Proviamo a stargli dietro. «Ho iniziato a correre per fare fiato. Giocavo a rugby, uno sport particolare sotto tanti aspetti, nella formazione formata da giocatori di Chieti e Pescara che militava in serie B nei primi anni Settanta. Lavoravo nella fabbrica di confezioni di Mario De Cecco quando ho conosciuto mia moglie Mirella ed è stato l’inizio di una bella storia. Bella e tormentata. Una malattia inesorabile l’ha portata via ancora giovane dopo anni di sofferenza affrontati con un coraggio esemplare e senza far mai mancare agli altri un incredibile sostegno. Mi ero intanto messo in proprio e Mirella ha lavorato con me fin quando ha potuto condividendo la mie passioni e l’impegno nel volontariato».
UNA STRADA PER MIRELLA. La strada del racconto è ora in salita, gli occhi di Vittoriano Cantera, «cavaliere della Repubblica per meriti sportivi e sociali», sono umidi. Si rallenta un po’ ma non ci si ferma. «Mai fermarsi. Alla morte di mia moglie mi sono impegnato per intitolare alla sua memoria la piccola strada che porta a casa nostra, tra il Tricalle e Madonna delle Piane. Ci sono riuscito grazie ad una deroga concessa dall’allora prefetto Aldo Vaccaro e ora “via Mirella De Vincentiis” è entrata nella topografia cittadina». Un sorriso pieno d’orgoglio e si riprende dal 1989, anno della prima esperienza a New York. «Dall’Abruzzo partimmo in 27 nell’ambito di una sperimentazione legata alla famosa carnitina del professor Leonardo Vecchiet, usata dalla nazionale di calcio nel corso dei vittoriosi mondiali in Spagna. Cominciai a essere, per usare una definizione dell’assessore regionale Enrico Paolini, “testimonial abruzzese della maratona”, misi assieme un gruppo e cominciarono ad arrivare adesioni da ogni parte d’Italia. Per me soddisfazioni organizzative ma anche sportive che coincisero con il mio miglior tempo, 2h52’08’’ a New York. Avevo già fatto di meglio a Terni ma le strade della Grande Mela consegnano emozioni indescrivibili». Ovviamente sì. Con quel “go-go” urlato dagli spettatori lungo il percorso a tutti i partecipanti, poco importa se campioni affermati o semplici amatori. L’importante è essere felici di esserci. Felicità da condividere in una gara dove non ci sono avversari, ma solo amici e un cronometro. Che non inganna e non si fa ingannare.
I RAGAZZI SPECIALI. «Ricordo ancora l’amicizia con Giulio Borrelli, responsabile della sede Rai di New York. E poi tante esperienze vissute da professionisti, imprenditori, uomini politici e gente comune di ogni età, aggregati per quasi una settimana in un gruppo entusiasta che, nei giorni precedenti la gara, accompagno negli ultimi allenamenti in strada. Ma forse le sensazioni più belle le ho vissute con dei ragazzi davvero speciali». Si rallenta un po’ ripercorrendo un altro capitolo della storia di Vittoriano. «Il mio impegno nel volontariato mi portò verso la polisportiva Anffas, della quale sono stato presidente per quasi dieci anni. L’impegno negli allenamenti per prepararsi ad ogni evento, il coinvolgimento delle famiglie e quello sguardo pieno di straripante felicità quando a New York, dopo la cosiddetta “Marcia della Pace” di circa 6 chilometri, infilavo loro al collo una medaglia ricordo, restano sicuramente tra le cose più belle della mia vita».
IL BORSONE E LA PANDA. Mai fermarsi. E, dal borsone che porta sempre con sé, anni fa Cantera tirò fuori un’altra iniziativa, ossia una memorabile staffetta podistica Chieti-Lourdes. «Dieci tappe per un totale di 1.558 chilometri, per ogni partecipante 15 chilometri al giorno con due di riposo. Quattro pulmini, due camper e un’organizzazione davvero impegnativa. Ma fu bellissimo. Così come, anni dopo, in occasione della staffetta Giro d’Italia, 13 tappe per un totale di 2.600 chilometri». Intanto, a «quasi 67 anni» come sottolinea sorridendo Vittoriano, si continua a correre. Anche per arrivare in tempo utile ad assicurarsi un certificato, una sponsorizzazione oppure un’autorizzazione. E chissà se la fatica maggiore si incontra proprio muovendosi nella palude della burocrazia. «Con la mia Panda ho percorso negli ultimi 4 anni circa duecentomila chilometri. Ho incontrato tanta collaborazione ma anche, in alcuni casi, indifferenza e scarsa sensibilità. Ma non fa niente. Anzi, promettimi di non scriverlo». Promessa non mantenuta.
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