San Marco, scoppia la rabbia degli operai

Scade l’affitto e salta la vendita: i cancelli restano chiusi per 160 lavoratori. Alla fine trovata una soluzione-tampone
LANCIANO. È ancora appeso a un filo il destino di 200 dipendenti della San Marco. Dall’incontro con sindacati, curatela e direzione aziendale, ieri si è arrivati alla soluzione-tampone di prorogare di altri tre mesi, fino a gennaio, l’affitto degli stabilimenti di Lanciano e Atessa. Ed è emersa a sorpresa l’esigenza di effettuare 80 esuberi mentre, fino a qualche giorno fa, si era sempre parlato di una sessantina di persone da gestire con gli ammortizzatori sociali. Ieri la proposta di esubero e ammortizzatori ha riguardato altre 20 persone, non preventivate e di cui non si era mai discusso nei tavoli sindacali. Una doccia fredda, quindi, che contribuisce ad esacerbare un clima di tensione che si trascina da anni alla San Marco, a partire dalla dichiarazione di fallimento del 2012. Prima dell’incontro la direzione aziendale, rappresentata dal gruppo Stola (oggi Blutec) che da anni gestisce la San Marco con contratti di affitto rinnovati di volta in volta, ha comunicato ai lavoratori di restare fuori dai cancelli perché era saltata la trattativa di cessione e acquisto dell’azienda e lo scorso 31 ottobre era scaduto anche il contratto di affitto. Una situazione paradossale che ha preoccupato non poco i dipendenti rimasti fuori, di cui una sessantina a Lanciano e un centinaio ad Atessa. Per solidarietà si sono fermati anche gli operai della Sogeco, che fa parte sempre del complesso San Marco. Nel corso dell’incontro il gruppo Stola ha tuttavia spinto a che, questa volta, si arrivi alla vendita definitiva dello storico marchio frentano di lavorazioni destinate al mondo automotive e la curatela fallimentare si è impegnata in tal senso. In tre mesi una soluzione va trovata per forza.
IL FERMO LAVORATIVO. «Neanche il buon gusto di avvisare», hanno sbottato ieri mattina i lavoratori rimasti fuori, «è assurdo che un’azienda che lavora chieda ai suoi dipendenti di non entrare in fabbrica». E difatti il rischio che comporta questo fermo è alto. Una volta saltata la trattativa di acquisto e scaduto il contratto di affitto restano appesi al destino della San Marco 12mila lavoratori della Val di Sangro, dato che l’azienda produce componenti per Sevel, nel pieno del suo regime produttivo e impossibilitata a fermarsi. Bisogna rifare un contratto di affitto in pochissime ore per non far saltare la produzione nella fabbrica dei Ducato e non provocare un effetto domino dai risvolti inaspettati. Davanti ai cancelli della San Marco c’erano i rappresentanti sindacali di Fim-Cisl Primiano Biscotti, Uilm Achille Di Sciullo e Nicola Manzi e di Fiom Davide Labbrozzi, che hanno poi incontrato direzione aziendale e curatela fallimentare. «È la prima tappa di un percorso che deve chiudersi in tempi brevi», commenta Biscotti, «si tratta di un ennesimo palliativo, non di una soluzione. Ora bisogna lavorare perché 200 famiglie attendono una risposta. Non è possibile che un’attività che lavora perda tempo dietro alla burocrazia: i tempi industriali e quelli delle procedure fallimentari non coincidono, bisogna fare in fretta». «Le premesse erano altre», sottolinea Di Sciullo, «a quest’ora la San Marco doveva già essere venduta. Rimane incertezza sul futuro e resta alta la nostra attenzione per non lasciare nessuno indietro. C’è la possibilità di far lavorare gli 80 operai dichiarati in esubero alla Blutec, noi lo dicevamo da tempo. Dobbiamo trovare urgentemente una soluzione, ma di certo c’è che questa situazione è stata gestita male da tutti gli attori protagonisti». «Per far uscire le aste», prosegue Michele Cirillo, rsu Uilm, «ci sono voluti 4 anni, la curatela ha impiegato troppo tempo in questa vicenda e nel frattempo solo crollati i settori militare e stradale e gli esuberi sono aumentati. Avevamo già proposto di spostare gli esuberi in Blutec, ma si è preferito procedere con i contratti di solidarietà solo per alcuni eletti e non per tutti. Adesso pretendiamo chiarezza e lavoro per tutti».
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