Sansificio, niente risarcimento all’azienda

Il Tar respinge la richiesta dei Vecere sul pagamento dei danni per oltre 7 milioni di euro dovuti ai mancati guadagni
TREGLIO. I comuni di Treglio e Rocca San Giovanni assieme a tutti gli enti che si sono opposti al rinnovo dell’autorizzazione delle attività del sansificio di Treglio per altri 15 anni non dovranno dare nemmeno un centesimo dei 7milioni e 200mila euro chiesti a titolo di risarcimento per i mancati guadagni della società Sanfici Vecere srl. Lo ha stabilito il Tar con una decisione destinata a fare la storia delle battaglie ambientali, così come accadde per la chiusura degli impianti, agli inizi del 2015, con l’apposizione dei sigilli da parte della Procura di Lanciano al Sansificio Vecere e alla centrale a biomasse della Gct (Gestione Calore Treglio), perché ritenute inquinanti. Una battaglia, quella del Comune di Treglio, avviata per merito dell’associazione Nuovo Senso Civico che per prima si è battuta contro l’impianto di trattamento della sansa e la centrale a biomassa definiti entrambi come insalubri di prima classe, durata anni e costata il disagio e la salute di migliaia di cittadini.
Dopo il primo stop della magistratura nel 2015 i camini del sansificio avevano ricominciato a “fumare” agli inizi di novembre 2017. L’autorizzazione ad esercitare l’attività del Sansificio Vecere era scaduta e, quindi, l'impianto non avrebbe potuto riaprire, cosa che, invece, era avvenuta. A questo si è opposta la conferenza dei servizi regionale, dando il definitivo stop alle attività, ma i responsabili dell’attività si sono opposti al procedimento appellandosi al Tar. «A fronte del rilascio del provvedimento negativo di Aua (Autorizzazione unica ambientale)», hanno contestato i Vecere, «la società si è vista costretta, dopo quasi 60 anni di attività e ben tre generazioni, a dismettere e delocalizzare l’impianto, sostenendo i relativi oneri, stante il totale fermo dell’impianto, al fine di evitare il deterioramento del medesimo con ulteriori perdite, di garantire la massima sicurezza dei luoghi ed evitare infine di incorrere in esposizioni finanziarie». Ma per i giudici del tribunale amministrativo della sezione distaccata di Pescara non solo «la delocalizzazione degli impianti, e quindi il venir meno dell’attività oggetto di autorizzazione, determina il sopravvenuto difetto di interesse all’annullamento del diniego», ma precisano in sostanza che, per evitare di incorrere in un diniego di autorizzazione, alla società Vecere sarebbe bastato applicare il piano industriale suggerito dallo stesso Comune di Treglio. «Nel parere del Comune», ricordano i giudici, «sono state fornite specifiche indicazioni delle modifiche progettuali necessarie ai fini dell’assenso», un piano perfettamente a norma di legge e rispettoso dei vincoli ambientali che però la società non ha mai voluto recepire.
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