Santa Giusta, la terra continua a franare

I cedimenti nella contrada non si arrestano e i lavori fatti dalla Provincia 14 anni fa sono ancora senza collaudo
LANCIANO. Venticinque dei 27 cantieri aperti nel 2004 dalla Provincia per il consolidamento delle aree a rischio idrogeologico sono ancora da collaudare. La terra continua a scivolare a Santa Giusta che attende 1.500.000 di euro promessi dalla Regione un anno e mezzo fa. E tra terremoto e nuovi crolli (come quello al Corso) torna la paura.
I CANTIERI. Lanciano, con le sue 9 zone rosse ad altissimo rischio idrogeologico, attende da anni lavori di consolidamento per milioni di euro. Nel 2004, dopo alluvioni e smottamenti l’anno prima, la Provincia aprì 27 cantieri per mettere in sicurezza un costone di 7 chilometri che va da via Belvedere a Santa Giusta, Olmo di Riccio, via Panoramica, via Per Frisa, il Diocleziano, Sant’Egidio e Lancianovecchia. Lavori costati 7.250.000 euro tra muri di rafforzamento e palificazioni, ma che non sono stati collaudati. O meglio, in 14 anni solo due cantieri in via Belvedere sono stati riconsegnati dalla Provincia al Comune (uno riguardava un palazzo in cui le famiglie dovevano e potevano tornare ad abitare). Poi più nulla, altri 25 cantieri sono ancora aperti. In questi 14 anni hanno subito, praticamente, collaudi “naturali” e uno è andato anche male. A Santa Giusta, infatti, nel 2005 cedette il primo muro di contenimento realizzato sotto la Gunite, tanto che la Provincia dovette investire altri 500mila euro per un secondo muro.
SANTA GIUSTA. «La situazione negli anni è peggiorata», dice Pierluigi Vinciguerra, presidente della sezione lancianese di Italia Nostra che aveva presentato esposti in Procura per i mancati collaudi, «perché i controlli non sono stati fatti e i cedimenti aumentano: servono soldi e lavori che però non possono essere chiesti se questi cantieri non vengono chiusi». Inoltre i lavori fatti non versano in ottime condizioni. Il secondo muro ha ferri arrugginiti, alcuni spostati. Il piezometro, dispositivo che misura i movimenti del terreno, è rotto. «E non si fanno nemmeno più i monitoraggi», aggiunge Vinciguerra, «nonostante ci siano altre frane oltre a quelle alla chiesa, Gunite e Morena». Sul versante Morena, aperto dopo l’alluvione del 2015, erano state sgomberate due case. Ma qui non si interverrà. L’amministrazione ha redatto un progetto da 2.660.000 euro per Santa Giusta, ma dalla Regione ha ottenuto 1.500.000, mai arrivati. Servono per rafforzare la zona vicino la chiesa (dove interventi erano stati fatti nel 1975). Qui una casa è stata sgomberata e per il Comune è in pericolo la strada, l’unica via di accesso alla contrada. Una zona classificata come R4, ossia il livello massimo di rischio, che peggiora. Ma i residenti chiedono anche interventi a monte, verso la Gunite. Qui ci sono smottamenti, alberi piegati per lo scivolamento del terreno, cantine venute giù e altre in bilico sul nulla. «C’è uno scivolamento continuo del terreno», spiega Vinciguerra, «con sradicamento del sottobosco e scorrimento delle sabbie sottostanti per un fronte lunghissimo. È un movimento attivo e continuo. Che parte dal basso».
IL BORGO DISABITATO. La frana parte dalla zona di Tupone a Sabbioni. Qui ci sono diverse case ormai abbandonate perché lesionate dalle frane. Facciate spaccate, ex cantine piegate, con la terra che scivola verso il Feltrino dove c’è uno strapiombo. «Qui si doveva intervenire nel 2003», riprende Vinciguerra, «è il punto zero della frana. Studi anche del geologo Luigi Carabba avevano segnato rafforzamenti, gabbionature da fare da qui a salire. Poi nel 2004 è stato ribaltato l’intervento e si è partiti da monte. Ma non si è più scesi. E non si è ultimato nemmeno l’intervento iniziale». Tra le case abbandonate c’è un’anziana che nel 2008 è stata costretta ad andare via. «Passo quasi ogni giorno anche se è tutto disabitato», dice la pensionata, «veniamo a fare passeggiate, a controllare la terra. In casa ci sono crepe e spaccature, altre sono venute giù. Ho vissuto una vita qui assieme a tante altre famiglie che sono andate via per colpa della frana».
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