Santa Maria Imbaro, morto a 18 anni in moto: nessun colpevole

11 Febbraio 2016

Assolta la guidatrice condannata in primo grado per omicidio colposo. Resta l’interrogativo: com’è caduto Marcello?

SANTA MARIA IMBARO. Assolta dall’accusa di omicidio colposo «per non aver commesso il fatto». V.T., 38 anni, non è colpevole della morte del diciottenne Marcello Varrenti. Lo ha deciso la Corte d’appello dell’Aquila, ribaltando la sentenza di primo grado del tribunale di Lanciano che aveva condannato la donna a 16 mesi di reclusione. Resta un interrogativo senza risposta: come è caduto o chi ha fatto cadere dal motorino Marcello, deceduto tre giorni dopo all’ospedale di Pescara a causa delle gravi ferite?

L’udienza all’Aquila si è celebrata nei giorni scorsi per discutere gli appelli proposti dall’avvocato Alfonso Ucci, difensore della compagnia assicuratrice del veicolo Audi guidato da V.T., l’Uniqa Assicurazioni, e dall’avvocato Osvaldo Piccirilli, difensore dell’imputata, i quali hanno mosso diverse eccezioni alla sentenza di primo grado emessa dal giudice Francesco Marino. Al termine di una lunga discussione, la Corte d’appello ha deciso di accogliere gli appelli proposti, sollevando l’imputata da qualsiasi responsabilità per l’accaduto e assolvendola per non aver commesso il fatto.

Marcello Varrenti rimase gravemente ferito nell’incidente avvenuto la sera del 21 agosto 2009 lungo la provinciale Fattore, a poche centinaia di metri da casa: stava andando a trovare la fidanzata in sella al suo ciclomotore quando, all’incrocio con via Sangro, fu costretto a una brusca frenata che gli fece perdere il controllo del mezzo. Cadendo battè la testa e riportò un trauma cranico commotivo, in seguito al quale morì il 24 agosto all’ospedale di Pescara. Inizialmente l’incidente fu archiviato come caduta accidentale. Fu la querela di papà Pietro a rimettere in moto le indagini.

Per la Procura di Lanciano V.T., che era in auto col marito, svoltando a sinistra avrebbe tagliato la strada al giovane costringendolo a una frenata di 9 metri. L’imputata ha sempre dichiarato di aver sentito solo un rumore dopo avere imboccato la strada e di essersi fermata subito a soccorrere il motociclista. La tesi difensiva ha trionfato in appello.

«Con il doveroso rispetto per la famiglia e la vicenda umana, esprimiamo soddisfazione per l’esito del processo», affermano Ucci e Piccirilli, «anche nella fase istruttoria non c’è mai stata una chiara e documentata ricostruzione della vicenda, tale da far desumere una responsabilità certa in capo alla guidatrice. L’imputata ha da sempre negato ogni coinvolgimento nella vicenda ed oggi ne ha avuto ragione». Tale decisione comporterà la rivisitazione anche del risarcimento danni, in merito alla provvisionale concessa di oltre 700mila euro.

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