«Scelte sbagliate su Fosso Marino»
Vasto. Gli ambientalisti e il corso d’acqua che continua a causare inquinamento
VASTO. Monitorare il corso d’acqua, individuare gli scarichi abusivi e perseguire i colpevoli, rinaturalizzare l’alveo, la foce e le aree di spiaggia circostanti come previsto dal piano del demanio marittimo. Sono le soluzioni individuate per Fosso Marino, il canale che sfocia in piena spiaggia e che nel giro di dieci giorni è stato oggetto di due ordinanze di divieto di balneazione, poi revocate. Gli interventi sono stati illustrati in una conferenza stampa da Augusto De Sanctis della Stazione ornitologica abruzzese (Soa) e da Stefano Taglioli (Gruppo Fratino). Presenti gli esponenti del Comitato Amici degli Alberi e del Cai di Vasto.
«Fosso Marino è un corso d’acqua naturale, la vegetazione autoctona aiuta a mitigare l’inquinamento, i problemi sono gli scarichi abusivi e la tombatura», attaccano De Sanctis e Taglioli, «le criticità vanno curate con più natura, non mettendo la polvere sotto al tappeto spostando un po’ più in là direttamente in mare l’inquinamento. Attorno a Fosso Marino sono circolate fake news e vere e proprie leggende metropolitane. Ad esempio, l’ignorare pervicacemente che Fosso Marino è un corso d’acqua naturale, censito nella rete idrografica del nostro paese ufficiale, facilmente reperibile sul Portale Cartografico Nazionale. Altra fake è quella della vegetazione denominata “infestante”: le cannucce di palude e decine di altre specie che erano presenti sono piante tipiche italiane e caratterizzanti proprio i corsi d’acqua. La cosiddetta “pulizia” della vegetazione altro non è che irresponsabile distruzione delle uniche caratteristiche di naturalità rimaste in anni di sfacelo e cementificazione della costa». Per gli ambientalisti bisogna invece intervenire «sugli scarichi abusivi che esistono lungo il tracciato in considerazione delle elevatissime concentrazioni di inquinamento organico riscontrate da Arta nelle analisi del mare. Invece di affrontare in maniera efficace queste criticità», incalzano, «finora il Comune si è accanito, spendendo quasi 100mila euro, su questi lembi di natura rimasti, contraddicendo addirittura il proprio piano demaniale che imporrebbe la rinaturalizzazione dell’area».
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