Scontro da 58 milioni, il rettore chiede il fallimento del Cus

21 Marzo 2019

Caputi denuncia: «Il Centro sportivo non riesce più a far fronte ai debiti». Si va in aula il 6 maggio Ma Di Marco contrattacca e presenta alla d’Annunzio il conto per i lavori eseguiti in due palasport

CHIETI. L’università d’Annunzio chiede il fallimento del suo Centro universitario sportivo. È l’ultimo atto della guerra tra ateneo e Cus che approda in tribunale con l’udienza fissata al 6 maggio. Ma prima di questo appuntamento c’è un’altra udienza che potrebbe ribaltare la situazione, quella del 3 aprile sulla richiesta del Cus alla d’Annunzio di quasi 54 milioni di euro. A tanto ammonterebbero infatti i debiti dell’ateneo con il Cus per il servizio svolto, la ristrutturazione di due palazzetti sportivi e altri progetti portati avanti per conto dell’università.
UNA GUERRA EREDITATA. Si tratta di una vicenda che ha radici nelle precedenti amministrazioni universitarie e che ora il rettore Sergio Caputi si è trovato sul suo tavolo come una spiacevole eredità del passato che sta cercando in qualche modo di sbrogliare. Dal suo punto di vista l’università non deve nulla al Cus, al contrario è il Centro sportivo che ha un debito di oltre 4 milioni di euro con l’ateneo dovuto non a contenziosi giuridici ancora in essere, come quello di 54 milioni, ma a sentenze passate in giudicato. E visto che il Cus non riesce a pagare, l’università ne chiede lo stato di insolvenza.
LA RICHIESTA DI FALLIMENTO. La battaglia per il fallimento si apre nel consiglio d’amministrazione del 18 dicembre scorso. Il rettore informa i consiglieri del debito di 4.195.623 euro che il Cus ha con l’ateneo. Ad essi il rettore aggiunge il debito del Cus con Equitalia (che al 2015 pare ammontasse a 3.873.786 euro) e di quello di 10.379.729 con la Bper, al quale l’ateneo, tirato in ballo dal Cus, è risultato estraneo, nonostante il Cus sia di parere contrario. Caputi riferisce anche di indagini della Guardia di finanza che confermerebbero l’omessa rendicontazione del Cus all’ateneo relativa agli anni 2011, 2012 e 2013 per un importo di 1.222.067 euro. Infine il rettore tira fuori una relazione dell’area affari legali diretta da Antonio D’Antonio volta a dimostrare la fallibilità del Cus. Su queste basi, il consiglio d’amministrazione delibera «di dare mandato al rettore affinché si proceda a intraprendere ogni azione nei confronti del Cus Chieti al fine di tutelare pienamente e con urgenza le ragioni di credito dell’ateneo, anche ricorrendo all’istanza di fallimento». Che infatti viene subito presentata in tribunale. Venerdì scorso il giudice Nicola Valletta, «letto il ricorso dell’università, ritenuta la necessità di vagliare se ricorre il presupposto dello stato insolvenza dovuto all’incapacità di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni, convoca la ricorrente e la debitrice all’udienza che sarà celebrata il 6 maggio prossimo», come si legge nel decreto del tribunale che dispone l’udienza.
IL CUS VUOLE 54 MILIONI. Ma prima dell’udienza del 6 maggio, c’è quella del 3 aprile. Il presidente del Cus Mario Di Marco si affida all’avvocato Leo Brocchi e cita la d’Annunzio davanti al giudice per indebito arricchimento. «In forza di esecuzioni di convenzioni plurime con la d’Annunzio», scrive l’avvocato Brocchi, «il Cus ha esercitato dal 2004 al 2015 l’attività prevista istituzionalmente dalla normativa nazionale. Con sentenza del 10 maggio scorso il Tar ha accertato la validità della convenzione del 2004. Nel corso dell’attuazione della convenzione il Cus non solo ha svolto le attività a esso demandate sulla base di Piani programmatici e finanziari regolarmente approvati dall’ateneo e dal competente Comitato per lo sport sino a tutto il 2015, ma ha altresì reso ulteriori prestazioni di servizio, deliberate e autorizzate dall’ateneo, per l’organizzazione della riconversione creditizia nella facoltà di Medicina e per la dotazione a favore degli studenti dei kit di Scienze motorie, oltre alla ristrutturazione, allestimento e gestione di due palasport, quello di Santa Filomena e quello di Colle dell’Ara». L’avvocato ricorda, però, anche la sentenza del Consiglio di stato che dichiara nulla la convenzione del 2011. Ciò significa per lui che tutte le attività svolte dal Cus extra convenzione devono essere viste come un «indebito arricchimento dell’ateneo», per cui il Cus chiede di riavere i 53.897.301 euro che avrebbe speso fino al 2015.
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