Sevel chiude per 4 giorni e riapre lunedì
Pochi materiali, assenteismo al 63% e forte calo della produzione dei Ducato. I sindaci: «Si fermino anche le altre ditte»
ATESSA. Il coronavirus fa tremare anche la Val di Sangro e non risparmia il colosso dell’automotive abruzzese, Sevel, stabilimento dei record, costretto a fermarsi ieri sera al terzo turno delle 22,15 per mancanza di materiali e ad un forte rallentamento nei turni di mattina e pomeriggio a causa di un’altissima percentuale di assenteismo. Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata la comunicazione in extremis dello stop alle produzioni fino a lunedì 23, quando si ripartirà dal primo turno delle 5,45.
I NUMERI. Nella mattinata di ieri, primo giorno di rientro al lavoro dopo lo stop in vigore da giovedì per adeguarsi alle misure di sicurezza per il contenimento del Covid-19, l’assenteismo tra i dipendenti ha toccato quota 63%. Nel numero sono da considerare tutti i tipi di assenza, dai congedi alle assenze per malattia fino al mancato arrivo sul posto di lavoro in attesa della copertura della cassa integrazione così come garantito dal governo. A farne le spese la produzione che da circa 310 furgoni da produrre al primo turno (400 invece sono i furgoni che si sarebbero realizzati senza emergenza sanitaria) è passata a circa 120 veicoli. In verniciatura ieri mattina mancava il 46% della forza lavoro; 43% gli assenti in lastratura e oltre il 60% al montaggio. Alta anche l’adesione allo sciopero indetto da Slai Cobas che parla di percentuali record fino all'80%.
IL CLIMA. «Al lavoro non c’è andato quasi nessuno», si sfoga un dipendente, «solo quelli che sono costretti si sono presentati, ossia i ragazzi con i contratti a termine, i supervisor e i team leader. È paradossale: ci dicono continuamente di stare a casa e poi ci buttano nelle fabbriche. In Sevel non produciamo beni di prima necessità». In fabbrica il clima è tetro. Si respira un senso di impotenza, misto a paura e rabbia. Gli addetti guardano continuamente i team leader per capire come comportarsi con le nuove misure di sicurezza. Le saturazioni sulle linee si sono abbassate, così come i ritmi, ma si lavora con l’angoscia nel cuore. Nessuno tra i dipendenti indossa le mascherine che sono state concesse solo a chi non può rispettare le distanze minime di un metro e ai team leader che, per ragioni organizzative, devono avvicinarsi agli addetti al di sotto di un metro di distanza. «Le precauzioni sono state prese», racconta una rsa, «ma non bastano a tranquillizzare gli animi. Ognuno di noi torna a casa dalle proprie famiglie, abbiamo tutti paura di essere contagiati e di contagiare».
LE ALTRE FABBRICHE. È quasi totale l’adesione allo sciopero alla Isringhausen, fabbrica dell’indotto Sevel che produce sedili per i furgoni commerciali. Quasi totale lo sciopero indetto alla Ma, ex Blutec, che produce traverse sottoplancia per i veicoli Sevel. La Trigano Van, che realizza camper sugli scheletri dei Ducato, ha deciso di fermarsi fino a venerdì. Da ieri un’altra fabbrica dell’indotto automotive, la Pierburg, già in cassa integrazione da giorni, ha interrotto la produzione.
L’APPELLO DEI SINDACI. Il primo cittadino di Atessa, città-distretto industriale per eccellenza, Giulio Borrelli, da giorni si è mosso con istituzioni e incontri nelle fabbriche della Val di Sangro per dar voce alla crescente preoccupazione del territorio. Borrelli aveva scritto anche al premier Conte per avere chiarimenti sulle previsioni per le aziende e, ieri, ha sollecitato tutte le aziende di Atessa che non svolgono attività essenziali e strategiche a «sospendere, con autonome decisioni, la produzione e disporre la chiusura delle fabbriche come atto di responsabilità nei confronti dei loro dipendenti». Anche il consiglio comunale di Lanciano, venerdì scorso, ha votato un ordine del giorno urgente per la chiusura immediata delle fabbriche laddove non fosse possibile assicurare piene condizioni di sicurezza.
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