Sevel, il dopo Marchionne preoccupa la Val di Sangro

Atessa. Manzi (Uil): l’unione con Psa rinsaldata fino al 2027, non c’è da temere Bologna (Fim): ma le sue richieste a politica e territorio sono rimaste inascoltate
ATESSA. Cosa resta dei piani di Sergio Marchionne per la Sevel? E che ne sarà di quel suo amore per l’Abruzzo e degli investimenti finora effettuati nello stabilimento dei record? E reggerà la joint-venture con Psa con il nuovo amministratore delegato Michael Manley? Sono tanti gli interrogativi che scuotono in queste ore la Val di Sangro all’indomani della morte di Sergio Marchionne, che dal 2004 ha trainato la Fiat dalle sacche della bancarotta fino all’azzeramento del debito oggi. Nonostante la multinazionale italoamericana Fca sia il sesto produttore di auto al mondo, non si può dimenticare che l’80% del suo fatturato è negli Stati Uniti. La Sevel è uscita indenne dall’operazione recall paventata dallo stesso Marchionne nel 2017: Fca non ha acquistato il 50% della quota di Sevel dai francesi e la joint-venture prosegue. Ma fino a quando? «Sevel produce dal 1981 un veicolo di successo, il Ducato», spiega Nicola Manzi, segretario Uilm-Uil Chieti-Pescara, «da 4-5 anni leader del mercato europeo, che ha fatto conquistare record su record. Al di là degli effetti del cambio di amministratore delegato in Fca, Sevel può contare su una storia commerciale e di professionalità acquisite imbattibile. La joint-venture con Psa è stata rinsaldata fino al 2027, con un mercato favorevole i dipendenti possono stare tranquilli». «Non si cancella con un colpo di gomma una realtà che dà lavoro a 20mila addetti in Abruzzo (tra Sevel e Magneti Marelli, ndc) e che produce utili», considera Domenico Bologna, segretario Fim-Cisl Abruzzo e Molise, «la Sevel sta andando bene proprio grazie agli investimenti effettuati e ai dipendenti che tengono alto il nome di questo stabilimento nel mondo. Ma proprio ricordando l’investimento da 700 milioni di euro nel 2013, mi viene da ripensare alle parole di Marchionne, che venne personalmente a parlare in fabbrica delle nuove sfide da intraprendere. Allora Marchionne chiese diverse cose alla politica e al territorio: miglioramento delle infrastrutture e dei collegamenti come porto, completamento della Fondovalle Sangro, realizzazione della banda larga, miglioramento dell’approvvigionamento energetico. A che punto siamo? La politica, che oggi si rammarica per la perdita di questo grande manager, in tanti anni non ha saputo stare al passo con gli investimenti. Bisogna fare i compiti a casa», ribadisce Bologna, «e poi parlare di innovazione, lavoro, competitività e attrattività. Come sindacati la nostra parte l’abbiamo fatta, ora tocca alla politica. La storia recente, vedi il caso Honeywell, dimostra che il mondo è cambiato. Risolvere il gap di cui parlava Marchionne significa attrarre nuovo indotto attorno a Sevel, oggi rappresentato da un 15-20% di aziende legate al marchio Fca. Raddoppiare l’indotto porterebbe lavoro ad altri 10-15mila addetti». E un attestato di stima al manager abruzzese arriva dalla team leader Sevel Emanuela Butiniello. «C’è del bello in Fca», scrive la dipendente, «siamo noi lavoratori, ogni mio collega che con ogni idea contribuisce a tenere aperti quei cancelli. E questo sistema l’ha implementato Marchionne: mentre il mondo chiudeva, lui ha rilanciato. Anche questo è stato Marchionne. Quando sono state fermate le linee per omaggiarlo nessuno di noi ha esultato. Questa è Fca».
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