Sevel, l’indotto ora boccheggia: alcune fabbriche sono ferme

16 Giugno 2022

Alla Trigano Van il 50% dei dipendenti è in cassa integrazione, altre ditte diversificano la produzione Fegatelli (Fiom): bisogna incentivare il rientro delle aziende in Italia, come l’Ariston nelle Marche

ATESSA. Alcune fabbriche sono completamente ferme, altre, come la Trigano Van, stanno lavorando con il 50% dei dipendenti in cassa integrazione, altre fanno magazzino e altre ancora, pochissime, lavorano alla realizzazione dei pezzi per altre aziende grazie alla scelta di diversificare la produzione e non restare monocliente Sevel. Il fermo produttivo di una settimana della più importante fabbrica d'Abruzzo e del Centro sud Italia del settore automotive, sta mettendo in ginocchio l'indotto legato allo stabilimento dei furgoni commerciali leggeri. Sono oltre 80 quest'anno i turni saltati in Sevel a causa della carenza di materiale di subfornitura e il futuro, intendendo le poche settimane che separano dalla chiusura collettiva per le ferie di due settimane ad agosto, non è affatto roseo. Lo stop produttivo durerà fino al primo turno delle 5.45 del 20 giugno, ma il timore di molti è che si torni a lavorare soltanto pochi giorni la prossima settimana.
Lo stabilimento dei furgoni Ducato e dei marchi francesi di Psa, oltre che di Opel veniva da un'altra sospensione preventiva, dal 30 maggio a 4 giugno, per accumulare il più possibile componenti. Ma se prima si trattava solo di microchip, scatole guida, centraline e motori e principalmente per la sezione Ducato della produzione, adesso anche i francesi cominciano ad avere difficoltà e mancano pezzi anche solo per completare i tergicristalli. Il precario equilibrio geopolitico attuale sta facendo sì che la fornitura purtroppo non garantita da committenti di committenti, oltre che dalla Cina, provenga anche dall'Est europeo, oggi scenario di guerra. E il battito di farfalla del mondo delle produzioni a basso costo, produce tempeste in questo angolo d'Abruzzo.
«Il rischio recessione è concreto», considera Alfredo Fegatelli, segretario regionale della Fiom, «se la guerra non finisce il problema delle forniture si aggraverà. A ottobre e novembre si comincerà a delineare uno scenario drammatico se non si interviene prima. Il governo deve innanzitutto rivedere gli ammortizzatori sociali. Affrontare una crisi come questa con il sistema attuale è un suicidio. Ed è urgente intervenire immediatamente sul sostegno del reddito. Ma non con la formula dei bonus», prosegue Fegatelli, «ma in modo strutturale. Bisogna anche capire che fine faranno i fondi del Pnrr in questo stato di cose. Quanto alla crisi della componentistica il governo e la Regione dovrebbero incentivare percorsi di back reghoring (ovvero tornare a localizzare le aziende in Italia, ndc). Non è impossibile: Ariston ad esempio, a seguito di un accordo con la Regione Marche, lo sta già facendo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA