Sfrattati e da dieci mesi senza casa «Dormiamo su letti di fortuna»

Drammi sociali: un’altra storia dopo il gesto dell’uomo che ha tentato di bruciarsi in municipio «Siamo in sei in casa di mamma, mio marito costretto ad andare all’estero. E dal Comune nessun aiuto»
LANCIANO. «Sono passati sedici mesi dallo sfratto ma non mi danno una casa perché vivo da mia madre e un tetto sulla testa, secondo le istituzioni, ce l’ho. Ma la mia famiglia è divisa». I.A., 50 anni, ha deciso di raccontare al Centro la sua storia, dopo aver letto quella di Alfredo R., il 47enne disoccupato e sotto sfratto che la settimana scorsa è andato nell’ufficio del sindaco Mario Pupillo con una tanica di benzina, deciso a darsi fuoco.
LA STORIA. I problemi di Iole (il nome è di fantasia) e della sua famiglia iniziano nel 2008 quando il capofamiglia viene messo in cassa integrazione e poi licenziato. «Io non lavoravo», racconta Iole, «mio marito preferiva che mi occupassi dei nostri tre figli. Quando è stato licenziato mi sono data da fare, sono operatrice socio-sanitaria. Lui a casa, invece, soffriva e si deprimeva. Abbiamo pensato di lasciare l’Italia con tutta la famiglia, ma i ragazzi non hanno voluto. Così mio marito, nel 2012, è partito da solo per l’estero: è tornato nel proprio paese d’origine, a cercare fortuna». Iole e i suoi tre ragazzi, due dei quali minorenni, sono rimasti qui. Lei si è rimboccata le maniche, cercando di mandare avanti la baracca con lavoretti per lo più in nero.
LO SFRATTO. «Ho resistito un anno, poi non ce l’ho fatta più a pagare i 400 euro di affitto», dice. Nel 2013 inizia l’odissea dello sfratto. Dopo le varie proroghe, Iole e i suoi figli devono lasciare casa nel febbraio 2014. «Avevo fatto domanda in Comune per una casa quando sapevo che sarei andata incontro allo sfratto», spiega la donna, «ma non andava bene: dovevo essere già fuori di casa, ma dove? Sotto un ponte? Mi hanno consigliato perfino di andare a dormire in auto sotto il municipio per avere più chance, ma non ho voluto sottoporre i miei figli a questa umiliazione. Quindi mi hanno chiesto se avevo parenti. In questo senso gli stranieri sono avvantaggiati», sottolinea Iole, «io avevo mia madre che poteva ospitarci temporaneamente, ma sono passati sedici mesi e siamo ancora lì». Lì è una casa di 90 metri quadrati dove adesso vivono in sei. «Con mia madre abitava mio fratello e adesso ci siamo anche io e i miei figli», spiega Iole, «la convivenza non è stata facile all’inizio. Arriva la sera e in salotto montiamo i baldacchini per dormire. Mia madre pensa a tutto con la sua piccola pensione. Io qualche volta, non sempre, riesco ad aiutarla con le bollette: prima c’erano dei contributi per questo, adesso non me li darebbero perché non è casa mia. Ho il domicilio presso la casa comunale, ma non mi arriva nemmeno la posta».
LA FAMIGLIA DIVISA. Con questa situazione precaria la famiglia resta divisa. «Mio marito non torna perché siamo già troppi da mia madre», dice Iole, «nel suo paese ha avviato una piccola azienda, ma deve ancora crescere. Non può ancora aiutare noi. Non potendo spendere soldi per viaggi o albergo, sono tre anni che non lo vediamo. Mi manca, mi sento una “vedova bianca” e devo sopportare anche le maldicenze della gente. Sono arrabbiata anch’io con le istituzioni», rimarca la donna, «ci rimpallano da un ufficio all’altro, da un ente all’altro. Fanno spallucce e sanno solo dirci: “Ce ne sono tanti nella vostra situazione”, senza provare a mettersi davvero nei nostri panni. Capisco Alfredo R.», dice Iole, «non condivido il tipo di gesto, ma l’intento di voler dare una scossa all’amministrazione comunale sì. La parrocchia e la Caritas ci hanno aiutato tanto, ma non basta. Ho sollecitato più volte una visita dell’assistente sociale, per venire a vedere in quali condizioni viviamo: siamo un caso urgente come altri, sì, ma lo siamo. Malgrado tutto sono innamorata della vita e mi sono scoperta forte nelle difficoltà», conclude Iole, «ma penso soprattutto ai miei figli: vorrei una casa per riunire la mia famiglia e ridarle dignità».
Stefania Sorge
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