Sindaci e studenti ricordano gli ebrei internati a Casoli

Inaugurata Piazza della Memoria con i nomi dei 218 prigionieri Cerimonia con l’ambasciatore sloveno e lo scrittore Sirovich
CASOLI. È stata una lunga Giornata della Memoria quella di sabato per ricordare, con una enorme targa, i nomi dei 218 internati nel campo di concentramento funzionante dal 1940 al 1943. L’ambasciatore della Repubblica slovena, Bogdan Benko, su invito del sindaco Massimo Tiberini solleva il drappo rosso che nasconde i nomi degli internati. Stessa cerimonia, poco dopo, sul cartello toponomastico che battezza il luogo “Piazza della Memoria”. C’è tanta gente, numerosi studenti dell’istituto Algeri Marino: alcuni leggono lettere degli internati, altri eseguono con sax e trombe la musica de “La vita è bella”. Non mancano i sindaci del circondario e il comandante della Legione carabinieri provinciale Florimondo Forleo. Arrivano i professori universitari, che nel pomeriggio danno vita ad un lungo convegno sul fascismo e i campi di concentramento in Italia, troupe televisive slovene e italiane. Il sindaco fa gli onori di casa ma il vero eroe della giornata, piccolo sorridente e presente ovunque, è Giuseppe Lorentini, che sul sito casoli.org ha messo tutta la documentazione dell’archivio di Casoli sugli internati ebrei ed ex-jugoslavi. Un lavoro enorme che, dopo 74 anni, fa rivivere le passioni e le sofferenze di quegli internati. Lo scrittore triestino Livio Sirovich riceve la cittadinanza onoraria dal sindaco nello scantinato di Palazzo Tilli, primo luogo di reclusione per 51 ebrei triestini ancora vivi nella gigantografia di una foto che li vede composti e seri sulla gradinata sottostante l'ingresso al palazzo. Nel pomeriggio il convegno nel cinema-teatro è seguito da un folto pubblico, attento e presente fino alla fine. In mattinata Sirovich, autore del libro “Non era una donna, era un bandito” sul rapporto epistolare tra l’ebrea triestina Rita Rosanni ed il fidanzato Giacomo Nagler, internato a Casoli e destinato ad Auscwitz, aveva parlato della memoria come «una pianta che va curata delicatamente, senza potature». Una memoria, come hanno fatto intendere i professori del convegno, che riguarda tutti gli italiani, dimentichi delle responsabilità personali e del consenso avuto dal fascismo fino allo scoppio della guerra, leggi razziali incluse.
Gino Melchiorre
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