«Sono stati torturati, vanno curati»

La testimonianza del mediatore culturale tra i primi a incontrare gli stranieri
ORTONA. «Hanno bisogno di cure mediche, sono stati torturati». Queste le parole del mediatore culturale Saddam, giovane di origine afgana, che gestisce un centro di accoglienza a Torino di Sangro e che ieri era in prima linea a Ortona al momento dell’arrivo della ong tedesca Sea Eye 4, con a bordo 49 migranti soccorsi nel tratto di mare tra la Libia orientale e la Tunisia. Una testimonianza diretta quella riportata dal mediatore, essendo stato lui uno tra i primi a comunicare con i migranti una volta scesi a terra. «Sono persone vulnerabili», dice riferendosi ai profughi, «ci sono ragazzi di 15, 16 e 17 anni che in Libia hanno subito torture, hanno cicatrici sulle braccia e sulle gambe». Sulla nave tedesca, infatti, c’erano nove minori non accompagnati. Continua, dunque, la tragedia senza fine di questi giovani e bambini che scappano dalla loro terra dopo essere stati prigionieri e aver provato il dramma della tortura sulla loro pelle.
Una volta scesi, a gruppi di cinque persone, e dopo aver eseguito i dovuti controlli e accertamenti sanitari, i 49 passeggeri della Sea Eye 4 provenienti soprattutto dal Bangladesh, dall’Egitto e dal Sudan, sono stati fatti sistemare all’interno delle tensostrutture allestite dalla Croce rossa italiana e dalla Protezione civile dove hanno atteso il loro pasto caldo.
Tutti i migranti indossavano abiti invernali, giacche pesanti e cappelli di lana, anche se la maggior parte aveva ai piedi ciabatte infradito. Evidenti i segni di violenza che si intravedevano sulle caviglie e sui piedi. Tra loro una sola donna. Il velo a coprire il capo e una gonna molto lunga la distingueva da tutti gli altri. I volontari hanno distribuito l’acqua, i pasti e altri generi di conforto.
«Erano smarriti e spaventati, parlavano poco tra di loro», ha raccontato una volontaria, «i minori sorridevano di più degli adulti», ha detto commossa. Nel molo nord, ad attenderli, c’era il pullman che ha provveduto al trasporto nei centri di accoglienza assegnati dalla prefettura. Da oggi inizia per loro una nuova vita. Libera, si spera, ma comunque amara perché strappati alle loro radici. Riflessioni e parole sono, in questi casi, sempre superflue. (b.p.)
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