Ortona

Spari e bomba sul portavalori, illese le guardie giurate: «Abbiamo visto la morte»

foto di Andrea Milazzo 

6 Gennaio 2026

Ieri l’esplosione con i vigilanti dentro. Banditi armati di pistole e fucili, fuga con 400mila euro: le indagini portano in Puglia

ORTONA. Una ventina di colpi, sparati a raffica, uno dietro l’altro. Il rumore secco dei Kalashnikov che copre il ronzio del traffico mattutino, poi il boato. Non si sono limitati a fermarlo, quel furgone portavalori. Lo hanno fatto saltare in aria. Hanno piazzato l’esplosivo sul portellone posteriore sapendo perfettamente che dentro, chiusi nell’abitacolo come in una trappola d’acciaio, c’erano due uomini. È la spregiudicatezza il tratto distintivo di questo assalto sull’autostrada A14 che ha fruttato ai rapinatori oltre 400.000 euro, una brutalità tecnica che non prevede scrupoli: sventrare la cassaforte, prendere i soldi, sparire. Se le due guardie giurate sono vive, se l’autista e il caposcorta sono usciti dalle lamiere frastornati ma interi, è soltanto per un caso. O per un calcolo cinico sulla resistenza dei materiali che ha evitato la strage per pochi centimetri. Ora è caccia aperta ai banditi, si sospetta almeno una decina: le indagini della procura di Chieti, con il pubblico ministero Giancarlo Ciani, e dei poliziotti della squadra mobile, diretti dal commissario capo Francesco D’Antonio, portano verso la Puglia.

Tutto comincia nel tratto tra il casello di Ortona e l’uscita di Francavilla al Mare. L’orologio segna pochi minuti dopo le sei. Il blindato della società Aquila lascia la sede operativa per un giro di consegne, quelle che nel gergo della vigilanza chiamano «sovvenzioni bancarie»: è denaro contante, pacchi di banconote destinati a rifornire gli istituti di credito e gli sportelli automatici delle Marche. A bordo ci sono due dipendenti, due uomini che abitano in quest’area e conoscono ogni metro della strada. Ma appena il mezzo pesante mette le ruote in autostrada, la routine si spezza. Si scatena l’inferno.

Entra in azione un commando di almeno sei persone. È un gruppo di fuoco che si muove con una precisione militare, come un unico organismo. Arrivano su tre auto potenti, macchine scelte per correre e per sfondare: due Alfa Romeo Giulietta e una Jaguar, risultate rubate. Motori spinti al massimo, assetto da guerra. Ma è praticamente certo che non siano soli: c’è una rete di supporto, altri complici su veicoli d’appoggio pronti a intervenire.

La scena si trasforma in pochi secondi in uno scenario di guerra. I rapinatori agiscono a volto coperto, i passamontagna calati, le pistole e i fucili Kalashnikov spianati. Attuano una manovra a tenaglia perfetta. Prendono di mira contemporaneamente due obiettivi: il portavalori e un tir con le insegne della Conad che transita in quel momento sulla carreggiata. Non è improvvisazione, è tattica. Sparano. I colpi servono a fermare tutto, a congelare il flusso dell’autostrada. L’autista del camion si vede una pistola puntata in faccia ed è costretto a consegnare le chiavi. Il suo mezzo pesante viene messo di traverso, diventa una barricata immobile, un muro di gomma e metallo che serve a coprire le spalle del commando e a impedire che qualcuno possa arrivare a disturbare il lavoro.

Mentre una parte della banda tiene sotto tiro l’autostrada bloccando il traffico, le altre due auto stringono il blindato. Da una vettura partono i colpi, una pioggia di piombo che martella la carrozzeria per obbligare le guardie giurate allo stop. In quegli istanti, mentre il blindato è fermo e sotto il fuoco, gli altri scendono. Sono veloci, sono esperti. Piazzano le cariche esplosive sul perimetro del portellone destro. Sanno dove mettere le mani, sanno come dosare la polvere per aprire il forziere senza distruggere il contenuto. La detonazione è controllata ma devastante: apre il furgone come una scatoletta di latta, proiettando pezzi di lamiera a metri di distanza. Il fumo dell’esplosione invade la carreggiata e l’abitacolo. I banditi entrano nell’ampio varco, afferrano i sacchi. Il bottino supera 400.000 euro.

L’operazione criminale – analoga a quelle avvenute di recente in Puglia, Sardegna e Toscana – dura meno di venti minuti. Presi i soldi, il commando si dilegua. E anche la fuga è un manuale di guerriglia criminale: si lasciano alle spalle una scia di chiodi a tre punte, disseminati sull’asfalto per forare le gomme delle pattuglie inseguitrici e guadagnare secondi preziosi. Le guardie giurate restano lì, stordite e disorientate, con i polmoni pieni di fumo e le immagini del raid negli occhi. «Abbiamo visto la morte in faccia», racconteranno.

A circa quattro chilometri di distanza, la polizia trova le carcasse delle auto usate per l’assalto. Due vengono date alle fiamme, lasciate bruciare sulla corsia di emergenza. È una procedura standard per queste batterie: il fuoco cancella ogni traccia biologica, ogni impronta digitale, ogni capello che potrebbe tradire un Dna. La terza vettura viene inondata con la schiuma di un estintore. Un altro metodo per pulire, per rendere muta la scena e complicare il lavoro della scientifica. Da lì, i malviventi svaniscono. Probabilmente alcuni di loro attraversano un varco tagliato appositamente nella recinzione autostradale, dove li attendono auto «pulite» guidate da complici.

Fantasmi che si dissolvono nella campagna. Non ci sono feriti da arma da fuoco, ma il bilancio della mattinata racconta comunque di due persone soccorse dal 118: un viaggiatore romano e un residente della provincia di Chieti, che vengono medicati sul posto per l’intossicazione causata dai fumi sprigionati dalle auto incendiate dai banditi. Sull’autostrada bloccata, che per sei ore resta chiusa, arrivano gli agenti della polizia stradale, il pubblico ministero di turno Ciani, gli investigatori della squadra mobile con il dirigente D’Antonio. Ci sono anche il questore Leonida Marseglia e il sindaco di Ortona, Angelo Di Nardo, che della società Aquila è amministratore delegato.

Mentre la scientifica setaccia l’asfalto tra bossoli, detriti e resti di esplosivo, parte la caccia all’uomo. Si cercano frame utili nelle telecamere di sorveglianza dell’autostrada e delle zone limitrofe, si analizzeranno le celle telefoniche agganciate in quei venti minuti di fuoco. La modalità, la spregiudicatezza, l’uso dell’esplosivo e dei Kalashnikov suggeriscono una pista precisa agli inquirenti. Una firma geografica che porta dritta verso la Puglia, terra di batterie criminali specializzate in assalti che assomigliano, in tutto e per tutto, a operazioni di guerra.

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