Assalto armato in A14, è caccia ai banditi: sequestrati dei guanti. E spunta la pista del basista

Forse l’obiettivo iniziale del commando era un altro portavalori con due milioni. Le auto usate per il raid rubate in Puglia. Analisi anche su una cicca di sigaretta
ORTONA. Due minuti. Tanto ha impiegato la banda per trasformare un lunedì mattina qualunque in uno scenario da guerra urbana. Sull’autostrada A14, nel tratto che corre tra Ortona e Francavilla al Mare, non hanno agito balordi improvvisati, ma un commando paramilitare che si muove con la sincronia di un orologio e la potenza di fuoco di un esercito. Pistole, Kalashnikov e persino una bomba: l’arsenale messo in campo all’alba per assaltare il portavalori della società Aquila racconta di una criminalità che ha alzato il livello dello scontro, puntando sull’esplosivo pur di mettere le mani su un bottino che supera i 400.000 euro.
Tutto, in questo blitz, lascia trasparire una notevole competenza criminale. La banda sapeva esattamente cosa fare. Per bloccare il blindato e lavorare indisturbati, hanno piazzato un camion di traverso sulla carreggiata, una mossa tattica studiata per «isolare» l’area e impedire qualsiasi interferenza esterna. Poi, la violenza brutale contro il mezzo: un ordigno collocato sulla parte posteriore ha fatto saltare le lamiere per «disintegrare» la cassaforte. Una detonazione avvenuta incurante della presenza delle guardie giurate all’interno dell’abitacolo, ostaggi di una furia che aveva come unico scopo l’estrazione rapida del denaro.
Le indagini sono affidate ai poliziotti della squadra mobile, diretti dal commissario capo Francesco D’Antonio, con il coordinamento del pubblico ministero di Chieti Giancarlo Ciani. Gli inquirenti si muovono su un terreno scivoloso, fatto di ipotesi che cercano riscontri. Non si può escludere – ma, almeno al momento, è poco più di una suggestione – che il colpo da 400.000 euro fosse, paradossalmente, un obiettivo secondario o un ripiego. C’è la possibilità che nel mirino del commando ci fosse un altro furgone della stessa società, che trasportava un carico ben più pesante, oltre due milioni di euro. Eppure, osservando la dinamica del raid, di tutto si ha l’impressione tranne che sia stato un colpo improvvisato. La gestione dei tempi e degli spazi suggeriscono una pianificazione meticolosa, dove ogni variabile era stata calcolata.
La bussola delle indagini punta verso la Puglia. È una direzione suggerita dai precedenti specifici e dalle modalità operative, ma che trova conforto in elementi oggettivi. Due delle auto utilizzate per il raid e per la prima fase della fuga sono risultate rubate proprio in territorio pugliese. I veicoli sono stati ritrovati a poca distanza dal luogo della rapina, ridotti a carcasse fumanti. Le fiamme sono state appiccate per cancellare tutto: impronte, tracce biologiche, capelli, sudore. Un rogo purificatore dal punto di vista criminale, che serve a tagliare i ponti con l’identità degli assalitori. Ma c’è una terza macchina che attira l’attenzione della polizia scientifica: un mezzo non bruciato, ma cosparso interamente con la schiuma di un estintore. Un metodo alternativo, forse dettato dalla fretta o da un malfunzionamento, per inquinare la scena e rendere inutilizzabili i rilievi dattiloscopici.
Nonostante la “pulizia” operata dai banditi, il luogo del crimine potrebbe aver conservato delle risposte. Tra il materiale sequestrato figurano due guanti da lavoro, trovati abbandonati vicino al camion usato per sbarrare la strada e accanto a un bossolo. È impossibile, al momento, dire con certezza se quei guanti siano stati indossati da uno dei rapinatori o se fossero già lì, ma in un’indagine di questo livello nulla viene scartato. Gli esperti della polizia di Stato lavoreranno per estrarre un profilo di Dna dal tessuto, cercando quella firma genetica che potrebbe incastrare un professionista del crimine altrimenti invisibile. Lo stesso lavoro verrà effettuato su un mozzicone di sigaretta recuperato vicino alla carcassa del portavalori: un gesto banale, nervoso, che potrebbe costare caro a chi ha premuto il grilletto o maneggiato l’esplosivo.
La fuga è stata rapida quanto l’assalto. I banditi hanno lasciato l’autostrada attraverso un varco aperto nella recinzione, esattamente nel punto dove avevano abbandonato le auto «sporche». Oltre la rete, è certo che li attendessero uno o più complici alla guida di veicoli «puliti», pronti a far perdere le proprie tracce nelle campagne ortonesi. Qui entra in gioco l’ipotesi del basista locale. La logica investigativa suggerisce che la banda non abbia tentato subito il rientro alla base in Puglia. Percorrere centinaia di chilometri armati fino ai denti, con il bottino nel sacco e l’intera rete stradale presidiata dai posti di blocco scattati dopo l’allarme, sarebbe stato un suicidio tattico. È molto più probabile che qualcuno, un contatto in zona, abbia offerto un rifugio sicuro per le ore immediatamente successive al colpo, permettendo al commando di nascondersi e attendere che le acque si calmassero. Gli occhi elettronici potrebbero fornire il tassello mancante. La polizia sta acquisendo e visionando ore di filmati delle telecamere dell’A14 e della viabilità ordinaria limitrofa, a caccia di un frame, di un passaggio sospetto, di una targa che possa ricondurre ai mezzi usati per la seconda fase della fuga.
Lo spettro della serialità aleggia su questa inchiesta. Un colpo con modalità identiche è stato messo a segno pochissimo tempo fa, lo scorso 11 dicembre, nel Foggiano. A Candela, lungo la statale 655, un altro portavalori è stato sventrato. Anche lì colpi di fucile, anche lì l’ordigno per aprire il portellone, anche lì una fuga rapida con 300.000 euro e un commando numeroso, di almeno otto persone. La sovrapposizione delle tecniche, la ferocia nell’uso dell’esplosivo e la provenienza geografica dei mezzi rubati disegnano un quadro inquietante: potremmo essere di fronte a un’unica batteria di fuoco, un gruppo organizzato che ha industrializzato l’assalto ai blindati, muovendosi tra le regioni come un corpo d’élite che colpisce e svanisce nel nulla.

